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Immigrati, pericolo o risorsa?

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Girando per una città qualsiasi in Italia, così come nel resto d'Europa, ci si può facilmente rendere conto dei cambiamenti della composizione  razziale della popolazione, per effetto delle massicce migrazioni.Pur con modalità diverse  infatti, tutti gli stati hanno conosciuto una forte immigrazione da paesi anche lontanissimi, nei quali la sopravvivenza  era fortemente  a rischio per guerre,  catastrofi naturali, o  condizioni climatico ambientali particolarmente avverse.

Così, se in qualche caso il fenomeno è stato incoraggiato, come in Francia che all'indomani della disastrosa guerra di Algeria aveva indici di natalità bassissimi se non addirittura negativi, in altri casi è stato subito.  Questo esodo massiccio, incoraggiato o meno, voluto o meno, ha dato vita ad una realtà, ormai consolidata, con la quale confrontarsi e fare i conti.

Nei discorsi fra amici, nelle chiacchiere da bar, nelle disquisizioni dei salotti bene emerge una grandissima diffidenza. Diffidenza non tanto o non solo nei confronti di culture, religioni, tradizioni di cui di solito sappiamo poco o nulla; è una diffidenza meno definibile, più sfumata. Tendiamo a diffidare di tutto ciò che è diverso, quello che non conosciamo e che quindi non siamo in grado di controllare.

L'immigrato ci appare ostile per la sua diversità. Perché parla un'altra lingua, prega un altro Dio, mangia ( quando e se può ) altre cose. Se alla naturale diffidenza si somma la mala pianta del razzismo, che alligna nell'animo umano, il risultato è quello che vediamo.

E per razzismo intendiamo quello reale, vero. Non solo quello becero, ottuso, cinematografico. Ci riferiamo a quello delle pie donne che sono buone e dicono che anche se di un altro colore sono uomini anche loro, poveretti. Quello delle coscienze messe a tacere da una o più adozioni a distanza, dagli oboli ai bambini ai semafori, poiché i bambini non hanno colpa se sono figli di zingari ( e chissà per quale oscuro motivo il vocabolo zingaro è pronunciato con una smorfia di riprovazione ). Quello del milanese che definisce i napoletani simpatici anche se imbroglioni, del calabrese che pensa che i settentrionali siano troppo freddi, del romano che prende le distanze dal burino ciociaro. La lista sarebbe infinita, perché infinite sono le forme di razzismo, tutte ugualmente pericolose.

Perché fino a quando continueremo a catalogare, differenziare, distinguere gli uomini per il colore della pelle, per il luogo di nascita, per la religione, ma anche per la fede politica, per le abitudini sessuali o la fede sportiva, cioè fino a quando guarderemo nell'altro quello che ci divide, ci differenzia, possiamo esserne più o meno coscienti ma ragioniamo da razzisti.

Varrebbe la pena di chiedersi ogni tanto: ma io chi sono? Che merito ho se sono nato con la pelle bianca, se ho mangiato ogni giorno, se ho una casa, un lavoro, se sono andato a scuola, se mi curano, quando sto male, in un buon ospedale? E se così non fosse che colpa ne avrei?

Il modo più efficace per capire è mettersi ogni tanto nei panni degli altri, dei "nemici", dei diversi da noi, e chiedersi cosa si farebbe al loro posto. Se ci trovassimo soli, senza famiglia, in un paese straniero, dove si parla un'altra lingua, ci sono usanze sconosciute, leggi che non comprendiamo, dove la gente ci guarda con diffidenza se non addirittura con odio. Dove le persone più "aperte" ci offrono   lavori sottopagati che neanche i più umili tra i locali accetterebbero. Dove un pagliericcio buttato sul pavimento di una stanza in un edificio da demolire, condiviso con altri venti disperati, costa quando una suite al Grand Hotel, poiché il padrone di casa, poverino, rischia ad affittare a gente che non ha quasi mai il visto di soggiorno. Dove TUTTI si sentono in diritto di darci del tu, trattarci con superiorità, insultarci o deriderci perché non parliamo o capiamo bene la loro lingua.

Nessun uomo ( o nessuna donna, naturalmente, a proposito di razzismo ) lascerebbe volontariamente la propria casa, la propria famiglia, la propria lingua le proprie tradizioni. Lo fa perché costretto; dalla fame, dalla guerra, dalla necessità, dalla paura.

E' indubbio che ai disperati spinti dalla necessità, si mescolino un gran numero di delinquenti, ladri, assassini, spacciatori, terroristi. Ma, ed è su questo punto che vogliamo richiamare l'attenzione, non sono dei romeni, albanesi, africani, arabi, cinesi che in quanto tali delinquono, sono delinquenti, ladri, assassini, spacciatori, terroristi nati in Romania o in Albania o in Africa o in Cina o in un paese arabo, così come ci sono delinquenti, ladri, assassini, spacciatori, terroristi nati in Italia come in Francia o in Germania o negli Usa. Cominciamo a non confondere le categorie con le persone che sono uniche ed irripetibili.

Non possiamo sapere se nascendo a Cuneo Totò Riina sarebbe diventato comunque un capo mafia, ma difficilmente Fellini sarebbe diventato mafioso anche se fosse nato a Corleone.

Un'altra perla delle persone illuminate o impegnate nel sociale: bisogna si aiutarli, ma lasciandoli a casa loro. Certamente, verissimo. Qualcuno va oltre: bisogna creare le condizioni socioeconomiche perché restino a casa loro. Peccato che  questo di solito si traduca con l'invio degli scarti invendibili e invenduti delle multinazionali  produttrici di prodotti alimentari, medicinali, elettrodomestici. Oppure con prestiti internazionali che affamano i paesi poveri più delle carestie.

Un futuro più giusto può nascere soltanto partendo da una visione di mondo globale, con un unico popolo di oltre sei miliardi di anime, tutte con gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ma non crediamo al paese delle utopie e sappiamo come sia inevitabile che esistano i ricchi ed i poveri. Ma l'attuale gap tra nord e sud del mondo, tra paesi ricchi e paesi poveri, è vergognoso per le coscienze ma anche inesorabilmente destinato ad essere violentemente sovvertito.

Tornando al punto di partenza, al ruolo degli immigrati nella nostra società, ci sembra evidente che gli immigrati siano e debbano essere considerati una risorsa.Perché arricchiscono le nostre città di energie fisiche e culturali nuove, ma soprattutto perché cittadini del mondo come me, come te…….te…..te…..te.

Giuseppe Rubino