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"Futuro incerto? No problem, vado all'estero!"

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«Cervelli in fuga», più della metà non ne vuole sapere di tornare a casa. A deluderli la scarsa meritocrazia che domina nelle università italiane e la ricerca sotto finanziata.

Definito da molti "Belpaese", cuore della cultura europea ed erede di un'illustre tradizione intellettuale e letteraria, in realtà, oggi l'Italia è una terra che offre sempre meno opportunità per i giovani di talento e altamente qualificati e dalla quale la maggior parte di loro preferisce "scappare". Si tratta della cosiddetta "fuga di cervelli", fenomeno alquanto preoccupante, perché rischia di rallentare drasticamente lo sviluppo della ricerca scientifica e il progresso tecnologico ed economico del nostro Paese.

Il fatto che i neolaureati e neodottorati vadano a lavorare in università e centri di ricerca esteri è in sé positivo. L'esperienza all'estero è un momento di arricchimento professionale per i giovani e, di conseguenza, per la classe dirigente italiana del futuro. Uscendo dai confini nazionali si cresce, lo dimostrano gli stage, i corsi e i progetti Erasmus organizzati dalle università straniere. Il vero problema nasce quando il saldo tra gli studiosi che lasciano un Paese e quelli che vi ritornano, o vi si trasferiscono, è negativo. Più di metà dei laureati italiani che vivono e lavorano con successo all'estero (52 su 100, a 5 anni dalla laurea), infatti, non considerano come probabilità concreta quella di tornare a casa. Le attrattive che l'Italia offre ai suoi talenti sono ben poche e trattenerli in un Paese dove predominano una scarsa meritocrazia e una mal gestione della ricerca, sotto finanziata, diventa quasi impossibile.« La qualità dell'università si basa sulle persone che ci lavorano e sui fondi che queste persone possono utilizzare per lavorare. Se la selezione delle persone non usa come parametro solo il merito, ma prevalgono la genealogia, le simpatie e i clientelismi, è chiaro che puoi avere tutti i fondi che vuoi, però non verranno utilizzati al meglio» - dichiara indignata una ricercatrice italiana "fuggita" a Boston.

Facendo un giro su una piazza telematica come www.cervelliinfuga.com, che riunisce intelligenze da esportazione, viene fuori che una delle mete più gettonate dai giovani laureati italiani sono proprio gli Stati Uniti. Se fino a quasi un secolo fa era frequente vedere emigranti italiani con le valige di cartone in partenza in cerca di fortuna alla volta del Paese delle opportunità per eccellenza, oggi sono le conoscenze ad emigrare, attratte da una terra che ha ben compreso l'importanza della ricerca e dello sviluppo per il suo futuro. Il "regalo" sicuramente più bello che abbiamo fatto agli americani è la siciliana Alessandra Lanzara: a soli 34 anni è già Professoressa associata di Fisica all'Università californiana di Berkeley, con un posto a vita ed è anche capo progetto di due linee di ricerca e il Governo degli Stati Uniti le ha dato 4 milioni di dollari per portarle avanti. Della legge soprannominata "rientro dei cervelli", che l'ex ministro della Pubblica Istruzione, Letizia Moratti, nel 2005 ha varato nel tentativo di arginare la fuga dei ricercatori italiani, che forniva a chi rientrava presso un'università italiana un contratto da due a quattro anni ed un compenso da 35 a 75 mila euro all'anno con un impegno anche di docenza, Alessandra non ha voluto usufruire,« Il problema fondamentale non è tornare ed avere il posto. Senza risorse non si può far niente e questa legge non offre niente in termini di risorse. Come posso tornare in Italia e fare ricerca se non ci sono nemmeno i fondi per comprare le attrezzature?». L'attuale ministro Gelmini ha portato in Parlamento la questione e il decreto anti-crisi ha previsto una misura che non ha ottenuto troppo spazio sui giornali. Si è stabilito che i docenti e i ricercatori che abbiano svolto una comprovata attività di ricerca all'estero per almeno due anni, al ritorno in Italia possano godere di una significativa agevolazione fiscale. Tuttavia, si tratta di un esperimento provvisorio e che, anche in questo caso, non promette alcun incentivo alla ricerca.

Come se non bastasse, il nostro sistema produttivo non appare ancora in grado di assorbire la manodopera più specializzata. E il dramma è più sentito nelle regioni meridionali, dove, si sa, è più difficile trovare lavoro per il laureato che per coloro che non hanno una qualificazione. Alcune grandi società multinazionali specializzate nel campo dell'elettronica e dei semiconduttori, verso la fine degli anni Novanta, hanno dato vita all'"Etna Valley". Lo stabilimento, ubicato nella zona industriale catanese, ai piedi dell'Etna, da cui prende, appunto, il nome, dà oggi lavoro a circa 4 mila cervelli. Che si tratti della nuova Silicon Valley? O solo il sogno di quei cervelli rimasti in patria di portare il proprio paese ai livelli della famosa valle californiana? Solo il tempo può dirlo. Intanto, l'11 febbraio scorso la Fondazione per il Sud ha deciso di sostenere, con 2,1 milioni di euro, sei iniziative esemplari per il contrasto alla 'fuga dei cervelli' dal Mezzogiorno. Gli atenei coinvolti saranno quelli della Basilicata, del Salento, di Foggia, Salerno e Suor Orsola Benincasa a Napoli e alle attività previste dai progetti parteciperà anche la Sicilia. La Fondazione per il Sud è nata tre anni fa dall'alleanza tra le Fondazioni di Origine Bancaria e il mondo del Terzo Settore e del Volontariato: una collaborazione piuttosto importante per lo sviluppo delle infrastrutture nel meridione. Perché la ricerca è anche collaborazione. Non è un fatto privato, ma pubblico, e gestirla in modo scorretto è una punizione severa per un Paese che non lo merita e, soprattutto, per una regione come la nostra che non può e non deve essere abbandonata a sé stessa.

Caterina Dazzo


[etna valley]