"Bisogna essere intelligenti per venire a Ibla. (...) ci vuole una certa qualità d'animo, il gusto per i tufi silenziosi e ardenti, i vicoli ciechi, le giravolte inutili, le persiane sigillate su uno sguardo nero che spia: ma anche si pretende la passione per le macchinazioni architettoniche, dove la foga delle forme in volo nasconde fino all'ultimo il colpo di scena della prospettiva bugiarda".
Così Gesualdo Bufalino, in "La Luce e il Lutto", descriveva Ibla, centro e periferia allo stesso tempo della città di Ragusa. Fino al terremoto del 1693, l'abitato di Ragusa si concentrava esclusivamente su un colle dei monti Iblei. Sorta diversi secoli a.C., la cittadina di Hybla Heraia, come il resto della Sicilia orientale, fu oggetto di dominio di arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi. Nel 1296 la Contea di Ragusa fu unificata a quella di Modica da Manfredi di Chiaramonte e circa un secolo dopo passò nelle mani dei Cabrera. Sotto il dominio dei Cabrera e degli Enriquez la Contea fu arricchita: Modica divenne il cuore istituzionale e culturale del territorio, ma anche Ragusa cresceva notevolmente.Con il terremoto della Val di Noto, l'enorme patrimonio artistico della cittadina si sbriciolò; perfino il castello bizantino che dominava il colle e che era la residenza dei conti venne raso al suolo per metà. Vi era inoltre un'imponente chiesa dedicata a San Giorgio, con un campanile dalle proporzioni impressionanti (pare fosse uno dei più alti d'Italia), della quale rimasero pochi ruderi (oggi se ne ammira il portale).Nel silenzio che la catastrofe aveva lasciato, col suo strascico di danni ingenti e di numerosissimi morti, alcuni abitanti decisero di abbandonare il vecchio colle per spostarsi su un ampio altopiano ad ovest, il Patro: nacque così la nuova città.
Anche il colle, tuttavia, fu ricostruito ed anzi divenne artisticamente superiore alla nuova città. L'avvento del tardo barocco scandì i ritmi della ricostruzione: Ibla fu resa un monumento vivente, ricca di chiese e palazzi di pregevolissima fattura. Su tutti, spicca il nuovo Duomo di San Giorgio, progettato da Rosario Gagliardi che fu l'architetto principe della ricostruzione barocca della Val di Noto. La chiesa, che è assai simile per struttura e concezione all'omonima chiesa di San Giorgio di Modica progettata dallo stesso Gagliardi, rappresenta oggi il monumento simbolo di Ragusa, celebre anche per la sua imponente cupola neoclassica che venne portata a termine anni dopo da un semplice capomastro (Carmelo Cutraro nel 1820).
Ecco dunque che Ragusa venne spaccata in due. A nord-ovest la città nuova che poteva proliferare senza ostacoli, a sud-est la città vecchia, confinata sul colle e ricca di monumenti di grande valore. La divisione, tuttavia, non era solo geografica ed amministrativa: in quei secoli si andava rafforzando un'accesa lotta campanilistica tra i santi protettori delle due città: San Giorgio, come detto, da sempre protettore della città vecchia, e San Giovanni, protettore della città nuova e titolare dell'altrettanto grandiosa Cattedrale costruita sull'altopiano.
L'accesissima diatriba tra sangiorgiari e sangiovannari fu per secoli (fino al secondo dopoguerra) l'elemento caratterizzante i rapporti tra le due fazioni. Si racconta che nella grande scalinata che congiunge i due abitati, i più facinorosi si riunissero per interrogare i passanti riguardo lo "schieramento patronale", malmenando chi rispondeva contro la propria posizione.
Nel Novecento vi fu l'evento che trasformò radicalmente, per la seconda volta, la storia di Ragusa: con l'avvento del fascismo si decise di creare una nuova provincia a sud della Sicilia. La scelta del nuovo capoluogo doveva ricadere, ovviamente, sulla ben più grande Modica. Tuttavia, pur di superare la popolazione della "rossa" città della contea e dunque sottrarle il titolo, vennero contati insieme i cittadini della città nuova, di Ibla, di Marina di Ragusa e perfino – secondo una diceria popolare – numerosi defunti.
"Rausa provincia e Muorica 'sta mincia" ribadisce un famoso detto ragusano, a sottolineare l'oltraggio ai danni degli odiati vicini modicani. Ragusa venne quindi unificata e divenne capoluogo di provincia nel 1926, grazie al contributo Filippo Pennavaria, noto esponente fascista ibleo. La città nuova venne ampliata ed arricchita dall'architettura fascista. Sorsero ampie piazze, nuovi ponti ed alti palazzi.
La città vecchia, invece, limitata territorialmente dalla geografia stessa del colle, venne lasciata pressoché intatta (tranne per la costruzione del distretto militare al posto dei ruderi del vecchio castello situato in cima).
Ibla, quindi, divenne parte del Comune di Ragusa. Le istituzioni e il cuore della città, tuttavia, si concentrarono nella zona nuova, rendendo la parte vecchia un'autentica periferia. Una periferia di lusso, per la verità, poiché era comunque il centro storico della città.
Abbandonata quasi completamente al suo destino dagli anni '60 in poi, oggi Ibla ha ribaltato la sua posizione nei confronti della città diventando il motore della cultura e del turismo della zona. Tutto l'abitato, infatti, è stato (ed in parte è ancora) oggetto di restauro, grazie anche ai finanziamenti giunti dal riconoscimento di Patrimonio dell'Umanità conferitogli dall'Unesco nel 2002.
Da molti è considerato un immenso presepe, con un proscenio davvero suggestivo. Molti vicoli, molti palazzi, molti scorci sono stati resi celebri da spot pubblicitari e film famosi; in particolare, è diventato uno dei set principali de " Il Commissario Montalbano" (nonostante la vera Vigata sia ben lontana da Ragusa!).
Oggi è una delle mete più ambite da turisti provenienti da tutto il mondo; le serate iblee sono assai movimentate e in estate si susseguono manifestazioni culturali di ogni genere.
Centro e periferia, quindi. Cuore e gambe di una città che oggi ha saputo riscattarsi, divenendo una realtà economica e culturale non indifferente per quella che è la provincia più meridionale d'Italia. E in questo contesto, che vede quel piccolo borgo apparentemente delegato ad un ruolo complementare al capoluogo, c'è da riconoscere una storia che, in realtà, ha fatto da traino alle vicende di questi luoghi.
fonte foto: www.zuleima.org
Emanuele Rizzo
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