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Testi che suonano: il caso Baglioni

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Fenomeni linguistici e figure retoriche nei testi di Claudio Baglioni

Vi sarà sicuramente capitato, ascoltando una canzone, che le parole vi prendano più della musica, tanto da non pensare ad altro che a quelle. Beh, in simile disposizione d’animo può accadere anche di più: cioè che le parole vi appaiano disposte tra loro in modo così insolito e allo stesso tempo così stranamente naturale da farvi sentire l’esigenza di trovare un nome per definire quello che alla vostra mente e alle  vostre orecchie si è rivelato come un’epifania. A me è capitato qualcosa di simile ascoltando le canzoni di Claudio Baglioni e dalla stessa esigenza di cui sopra è venuta fuori questa sorta di analisi che vuole, nei limiti, essere meno tecnica possibile. Dai risultati desunti si può  constatare che nei testi di questo cantautore sono contenuti straordinari fenomeni linguistici e  vere e proprie figure retoriche, quelle usate dai poeti di ogni tempo, quelle a volte difficili da riconoscere ma che, in casi come questi, agevolate dalla musica, emergono spontaneamente. Tralasciando in questa sede i casi di rime, assonanze e anafore cioè ripetizioni, poiché sono costitutivi di quasi tutti i testi musicali, ci soffermiamo su altre figure  che riguardano ugualmente la materia sonora e si basano su fonemi, sillabe o parole.

È il caso dell’allitterazione cioè la ripetizione di una medesima lettera nell’enunciato: “Eve e uve, male e mele” (in Le donne sono); in titoli come Domani mai… Molto più frequenti sono comunque i casi in cui a ripetersi non è solo una lettera ma un’intera sillaba, originando in tal modo la figura chiamata paronomasia: “amaro rimarrò” (in Io dal mare); “insolite insolute insalate” (in Le donne sono); “sudai di Sud, di vento diventai” (in La piana dei cavalli bradi); “piega e piaga la mia schiena” (in Acqua nell’acqua); “vaga e invaghisce”, “dura e indurisce”, “incolpa e colpisce”, “sfioro e sfiorisce”, “impazza e impazzisce”, “passa e appassisce”, “sparo e sparisce” (in A domani); in titoli come Noi no.

Si arriva così fino alla figura della derivatio in base alla quale vengono associate addirittura parole della stessa radice: “serena serenata” ( in Serenata in sol); “aquila aquilone” (in Grand’uomo) e così via in tantissimi altri casi non menzionabili tutti in questa sede. Altra figura riscontrabile è il poliptoto cioè la ricorrenza di uno stesso vocabolo con funzioni morfo-sintattiche diverse: “ammazziamo il tempo e ammazza noi” (in Tutto in un abbraccio); “in un’altra età persa, perso in mezzo ai giorni tuoi” (in Acqua nell’acqua); “Io mi nascosi in te poi ti ho nascosto da tutto e tutti” (in Mille giorni di te di me); “se il cuore non è a due piazze ma è una piazza” (in Serenata in sol) e così via… Ma troviamo anche figure che riguardano le costruzione della frase, come il chiasmo, dove i termini sono posti a incrocio secondo lo schema ABBA: “Non sono un uomo giusto ma sono giusto un uomo” ( in Io sono qui); “Io ti baciavo mentre tu piangevi e adesso che io piango tu chi bacerai” (in Via); “fame di nascere per morir di fame” (in Uomini persi) e in Notte di note note di notte e Un nuovo giorno o un giorno nuovo.

Celate nei testi di Baglioni ci sono anche sinestesie che, basandosi sull’associazione di termini appartenenti a sfere sensoriali diverse, riguardano non più solo i suoni ma il significato delle parole: “una camera calda di odori” (in Giorni di neve); “grido di sole” (in Ora che ho te); “echi di luce” e “si accendono rumori” (in Un nuovo giorno o un giorno nuovo); “sorriso croccante” (in Tutto il calcio minuto per minuto). E come non menzionare i casi di ossimoro in cui cioè vengono accostati termini antitetici e opposti: “il buio all’alba” (in Avrai); “le ore lente e gli anni veloci” (in L’amico e domani); “bestemmiarci io ti amo” (in Vivi) e alcuni casi di metafore e similitudini: “quel fottuto medico del tempo” e “questa sporca tombola del mondo”(in Fammi andar via); “ore vuote come uova di cioccolato” (in Avrai); “guance, pane caldo della mattina”, “viso, diamante puro”, capelli, alghe del mare”, “occhi, olive dolci e mandorle amare”, “gambe, rami forti” (in Signore delle ore scure); “restai solo a bordo come un lupo nella tana” (in Navigando); “il cielo è come un vecchio pazzo con un violino aspide” (in Qui Dio non c’è); “due olive nere gli occhi di lei” (in Loro sono là); “si alzavano le braccia come un immenso remo e navigammo un mare che mai scorderemo” (in Fianco a fianco), ecc. Troviamo anche una bellissima immagine metaforica in cui i membri sono collocati secondo climax cioè secondo una progressione che cresce di intensità:”Dentro ad un silenzio d’oro le parole sono argento e il grido è piombo” (in Di là dal ponte).

Si potrebbe continuare ancora a lungo ma lasciamo al lettore il piacere di questa scoperta quando, magari per caso, si ritroverà  a canticchiare qualche altro pezzo di questo cantautore. In conclusione, osserviamo che questi fenomeni compaiono in maniera più frequente nei testi scritti dagli anni 80 in poi, a conferma di quanto ha affermato qualche tempo fa Roberto Cotroneo: Baglioni «negli anni ha affinato il lavoro sui testi, si è concentrato sull’uso delle parole, ha fatto un lavoro così accurato da apparire talvolta persino eccessivo». Sorprendente, a mio avviso, il potere comunicativo ed emotivo che ne deriva e che, volutamente o meno, ci invita durante l’ascolto ad andare “Oltre”, per citare il titolo di un  fortunato album dell’ artista.

Venera Tripoli