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Tra leggenda e realtà

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Chi di noi non conosce, o non ha mai sentito parlare di personaggi come Elvis Presley, Marilyn Monroe, John Lennon, Martin Luther King e tanti altri ancora? Chi erano?

Beh, ci viene difficile pensare che fossero “soltanto” uomini, persone.  Essi erano e rimarranno delle leggende, dei miti, che hanno scritto le pagine di quel meraviglioso romanzo chiamato America. Si perché se si pensa all’America, all’essenza dell’America, non si può non pensare a tutti questi grandi personaggi. Qui in Italia i personaggi iconografici sono stati politici e condottieri come Cavour, Mazzini, Garibaldi, Mussolini, ma dall’altra parte dell’Oceano sono loro i protagonisti. Ma come ha fatto un Jimi Hendrix a diventare leggenda? O un James Dean a rimanere un’icona nel tempo? C’è chi pensa che erano predestinati, o che è tutto dovuto alla loro morte prematura. Proviamo quindi ad intraprendere un immaginario viaggio tra le highways e i grattacieli americani per scoprire se per divenire immortale devi essere predestinato, o artefice del tuo destino. 

Partiamo dall’Ovest, esattamente al contrario di come fecero centinaia di migliaia di persone ed avventurieri un centinaio di anni fa. Qui tra città come Seattle, Los Angeles, San Francisco ci si ritrova magicamente come in un’altra dimensione. Ed è Seattle, fredda e piovosa dove è nato il grunge, la rivoluzione musicale che ha segnato gli ultimi 20 anni di rock, la città di Brandon e Bruce Lee, una città dove il tempo sembra essersi fermato, qui a pochi passi dal centro, al Greenwood Memorial Park, si trova il mausoleo di Jimi Hendrix dove riposa dal 1970 e visitato ogni anno da migliaia di persone.

Hendrix rivoluzionò il rock,  il suo stile e il suo aspetto fecero da subito scalpore nel periodo in cui calcò le scene, ed oltre ad essere stato, assieme ad alcune band contemporanee, tra gli antesignani dell'hard rock basato sul blues,  Hendrix ha dato anche un notevole contributo alla musica funk.

La mattina del 18 settembre 1970, venne trovato morto nell'appartamento che aveva affittato al Samarkand Hotel, al 22 di Lansdowne Crescent, per cause non del tutto chiare.

Fermiamoci poi per un lunghissimo attimo sull'unica panchina di Virreta Park, l'angolo di verde davanti alla villa in cui, in un giorno del 1994, se ne è andato Kurt Cobain.

A San Francisco è molto facile trovare per le strade, artisti, musicisti e improbabili cantanti, gente che crede ancora nei sogni, e che ha dentro di se parte di ognuno dei nostri miti, mentre Los Angeles  è la pagina su cui vennero scritte le storie di molti altri nomi, l’ultimo dei quali è quello di Michael Jackson, già una star mondiale ma solo adesso consacrata a leggenda. Si consumò a Los Angeles la magnifica, ricca e triste vita di Marilyn, trovata morta nella sua villa al 12305 Fifth Helena Drive di Brentwood , circondata da misteri e improbabili dicerie, che coinvolsero figure come il Presidente Kennedy, e sempre qui fu l’ultimo rifugio di Jim Morrison.

A Los Angeles è facile rimanere perplessi guardandosi attorno perché tutto sembra il set di un film, e tutti gli attori o le comparse. Per le sue strade c’è profumo di storia, ovunque ti giri puoi trovare qualcosa o qualcuno che sia testimone di un passato ancora presente, come il negozio di Henry Ditz,  detto “il difensore del Santo Graal del Rock’n’Roll, musicista nonché fotografo. Si devono a lui molte celebri foto, come la classica, storica foto di Jim Morrison.

E così via. Passiamo per Las Vegas, o giù a Memphis, patrie di un signore chiamato Elvis Presley. A Memphis c’è Graceland, Elvis Presley Boulevard, la sua reggia, “il Messia del Rock'n'Roll, venuto al mondo con una chitarra in mano per cantare "Blue Suede Shoes" e levare la verginità all'America”, e sempre in questa città si scorge un anonimo motel, come tanti in questo Paese, di quelli che si vedono nei film; in questo motel però, nel 1968, il 4 aprile, morì assassinato Martin Luther King, ed è forse questo gesto che rese l’uomo un mito, e le sue parole impresse per sempre nella storia.

A New York finiamo questo viaggio immaginario, essa è quel palco su cui calò il sipario di Heath Ledger,  sicuramente una promessa, o John Lennon, ucciso da quattro colpi di pistola sparati da Mark Chapman, che in quel momento disse: “Ehi, Mr. Lennon! Sta per entrare nella storia!”

Forse, quello che si dice è vero, devi andartene presto per essere immortale, ma è anche vero che devi compiere qualcosa di grande se vuoi che il mondo ti ricordi. Ed è quello che fecero tutti questi personaggi, che resero grande l’America e un po’ più dolce questo mondo. Stona immaginare una Marilyn  ottantatreenne, Elvis Presley all’età di settantacinque anni, grasso ed invecchiato, ospite dei Talk Show o curvo su uno sgabello a cercare di cantare canzoni ormai “passate di moda”,  Jimi Hendrix suonare smielate canzoni, ormai troppo vecchio per essere una “Rock Star”.

Forse, è così che deve andare, per poterli ricordare così belli, così circondati da un velo mistico, e pensare fantasiosi a chissà quanto altro ancora ci potevano regalare, e piangere, perché appunto, chissà quanto altro ancora ci potevano regalare. D’altronde un mito è qualcosa che oscilla tra leggenda e realtà, senza potersi sbilanciare troppo su l’una, o sull’altra ipotesi. E a noi, infondo, piace così.

Personaggi che invocavano l’amore, la pace, con le parole o con delle note di musica, artisti che con la loro arte decidevano come e quando farci ridere o piangere. Nati dal niente, ma morti nell’olimpo dei grandi.

“Imagine all the people living life in peace. A volte immaginare però non basta, John.”

Andrea Raimondo