I nostalgici degli anni '60, quando con Di Bella in panchina e giocatori come Prenna, Calvanese, Szymaniak e Facchin si respirava a pieni polmoni aria di serie A senza cadere giù, d'ora in poi potrebbero cambiare i loro sentimenti.
Oggi, nel 2010, il Catania ha conquistato la quarta salvezza di fila e il diritto a giocare per il quinto anno di fila nella massima serie. Sono numeri apparentemente banali, ma in fondo molto significativi. Dietro questa quarta salvezza di fila c'è il lavoro di una dirigenza, che va sempre più avanti, senza guardarsi indietro e senza gioire sugli allori, nella realizzazione di un progetto chiaro e ben definito, un progetto che col passare dei mesi diventa sempre più realtà. C'è il sudore e la grinta di un gruppo, sempre proteso a difendere questa maglia da tutte le avversità e a portarla con onore in tutta Italia, anche nei palcoscenici più importanti.C'è la mano di un allenatore, venuto con tanta voglia di riscatto dopo un'esperienza andata male, sempre in serie A, ma con grande, grandissima voglia di fare prima ancora che di vincere. C'è l'alacre sostegno dei tifosi, sempre affezionati alla squadra, anche quando non lo dimostravano, anche nei momenti in cui andare allo stadio coincideva con l'accumulare delusioni.
Escludendo la stagione del ritorno in A, la 2006/2007, che rappresenta un caso a parte (il 4o posto all'inizio del girone di ritorno prima dello choc del 2 febbraio e il vagabondaggio in tutta Italia per la squalifica del campo), questa è stata globalmente la più difficile, cominciata male e proseguita peggio fino all'esonero di Atzori, necessario dopo l'umiliante sconfitta di Siena, e la chiamata di Mihajlovic. Del primo scorcio di campionato si può dire poco o nulla, perchè i dati parlano chiaro: la squadra gioca bene, ma segna poco, è disattenta in difesa e nei secondi tempi crolla. Allora una stretta di mano e una pacca sulla spalla dell'ex vice di Baldini e Zenga nel '07/'08 e l'accoglienza al mago delle punizioni ai tempi di Inter e Lazio. Ci voleva un mister agonisticamente "cattivo", capace di caricare la squadra: i più scettici, dopo la sconfitta col Livorno, pensano che quest'uomo di cattiveria non ha messo proprio nulla, e che sia scritto nel destino che la squadra debba andare dritta dritta in cadetteria, come 26 anni fa, in quella stagione disgraziata dove con Massimino presidente non ne azzeccava una.Allora la squadra non imponeva il suo gioco e non vinceva perchè mal attrezzata, qui impone il suo gioco ma non vince perchè una domenica in preda alla deconcentrazione in 2 minuti su 90 della partita e un'altra domenica perseguitata dalla mala sorte. Mala sorte e deconcentrazione spazzate via col passare delle sedute d'allenamento e dei faccia a faccia negli spogliatoi, che danno spazio alla determinazione e alla fiducia in sè. Quale occasione migliore della partita con la Juventus, all'Olimpico, per iniziare a cancellare pagine di delusioni e paure e a scriverne altre di speranze e soddisfazioni? Quale occasione migliore per dimostrare che quella è la partita del riscatto non solo dei bianconeri (la loro definitiva crisi era cominciata una settimana e mezzo prima) ma anche loro? Quale occasione migliore per dimostrare che anche loro valgono e in B deve andarci qualcun altro? Biagianti e compagni non se la fanno proprio scappare, e la conferma arriva da Izco, con un piatto destro che nel suo viaggio verso la porta si ha paura che non entri, che il piede di Manniger o addirittura l'attrito dell'aria lo respinga in campo, ma al contatto con la rete tutte queste paure svaniscono, e si comincia a pensare che nulla è impossibile, quindi neanche fare un girone di ritorno da Europa League.
Non tutte le difficoltà sono finite, c'è ancora da faticare e da sudare in alcune partite dove si ottengono punticini dal peso specifico enorme (vedi Atalanta e Udinese in casa). Ma il bello non è ancora arrivato: andiamo al 12 marzo, un venerdì sera di fine inverno, temperatura bassa e pioggia. Sarebbe una classica sera da passare al calduccio in casa, con una minestra calda e sulla poltrona col telecomando, ma c'è qualcosa di diverso. Al "Massimino" arriva l'Inter.
"Non è certo con queste squadre che bisogna ottenere i punti salvezza" dicono giustamente molti appassionati, ma con l'Inter in casa non puoi permetterti di giocare tanto per farlo. E una sconfitta risucchierebbe Mascara e compagni nel fondo classifica. Ma si sente nell'aria qualcosa di particolare, che si percepisce ancor di più quando Capuano rischia l'eurogol dalla trequarti dopo che Ricchiuti si era mangiato l'impossibile davanti a Julio Cesar. Qualcosa che neanche il gol di Milito cancella:"non si può perdere così, l'Inter non ha fatto niente" il pensiero dello stadio rossazzurro, ovviamente gremito. E infatti negli ultimi 20 minuti Maxi Lòpez, Mascara e Martinez confezionano un'impresa da ricordare per molto tempo, e 3 punti che fanno dire a Mutti, tecnico dell'Atalanta che "il Catania ormai è andato".
I rossazzurri vedono la zona calda col binocolo, e i successi con Fiorentina e Palermo (è qui che Maxi Lòpez mette il suo sigillo) mettono altro fieno in cascina. Neanche la mancata vittoria col Siena e l'umiliante sconfitta di Livorno li avvicinano pericolosamente all'Atalanta, terz'ultima. La squadra è stanca, fisicamente e mentalmente, dopo aver fatto 32 punti in 19 gare, ma trova le forze per strappare un punto alla Juventus e ottenere la salvezza con 2 gare d'anticipo grazie ad una migliore differenza reti rispetto ai bergamaschi. A mente sgombra, arrivano poi il pari di Bologna e il successo col Genoa, che vale il record di punti in serie A da quanto esistono i tre punti a vittoria.
Questa, come suddetto, è stata la quarta salvezza consecutiva in serie A: ma forse è stata la più importante. La squadra ha dimostrato una maturità e una personalità sconosciute anche agli occhi dei più convinti sostenitori: ha imparato finalmente a giocare tutte le partite per vincere, finchè l'obiettivo è lontano (per il resto bisognerà attendere l'anno prossimo, Livorno docet). Le squadre avversarie, se all'inizio dell'anno avevano avuto l'illusione che venire al "Massimino" fosse una gita di piacere, non solo si sono ricredute ma hanno cominciato ad avere considerazione per la squadra di Mihajlovic anche sul proprio terreno. Un grande contributo in tal senso è arrivato da Maxi Lopez, 11 gol in 17 partite, ma tutti, proprio tutti, hanno lottato per questo obiettivo riuscendoci. Qualcuno se ne andrà, e ha già salutato i tifosi: Biagianti è tra Genoa e Fiorentina, per Martinez si parla addirittura di Manchester City, mentre Mihajlovic, un pò come Mourinho l'anno scorso, lascia uno spiraglio ad una sua possibile partenza, destinazione Inter, in caso di partenza proprio dello Special One. Qualcun altro verrà, qualcun altro rimarrà, e su alcuni di questi si può, anzi si deve puntare per la prossima stagione: Andujar, che volerà in Sudafrica dopo aver definitivamente passato il periodaccio iniziale, la coppia difensiva Spolli-Silvestre, Maxi Lòpez, "El Pitu" Barrientos, che potrà farsi l'anno prossimo l'intera preparazione estiva, al pari di Ledesma, irriconoscibile quest'anno dopo l'infortunio al ginocchio, Morimoto, che sicuramente cercherà di raggiungere la tanto agognata doppia cifra, e, ovviamente, il capitano Peppe Mascara, per cui la maglia rossazzurra rappresenta ormai una seconda pelle. Appuntamento all'anno prossimo e buone vacanze!
Michele Patanè
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