Oggi più che mai l'Italia "pallonara" sta vivendo un'autentica crisi di nervi. Le squadre italiane nelle coppe europee hanno collezionato batoste clamorose, come le quattro scoppole rimediate dalla Juventus contro il modesto Fulham. L'unica squadra rimasta in scena è l'Inter, che giocherà nei quarti di Champions League contro il CSKA Mosca.
Il resto della truppa, a casa, a rimuginare sui tanti errori commessi. Read More Troppo poco, per una nazione che vive di tanto, forse troppo, calcio.Sembrano lontanissimi i tempi delle finali tra squadre italiane, in Europa a dominare sono Inghilterra, Spagna, Germania e Francia, affiancate dalle emergenti Russia e Ucraina.L'Italia però gode attualmente di un preziosissimo terzo posto nella classifica Uefa che gli permette di annoverare quattro squadre in Champions League anche per il prossimo anno, ma dovrà difendersi dalla Germania che è sempre minacciosa. A patto che l'Inter vinca la Champions (missione difficile ma non impossibile) e che le squadre tedesche rallentino la loro corsa. Perdere il posto sarebbe un danno economico per le società che lottano per il quarto posto nel campionato italiano.
Ma quali sono le cause della crisi che ha colpito il calcio italiano?
Innanzitutto le squadre italiane puntano poco sui vivai, preferendo calciatori più esperti ma spesso poco motivati e poco in forma. E' difficile trovare giovanissimi "made in Italy" già affermati: basti pensare al discusso Mario Balotelli di cui si parla più delle sue marachelle che delle sue giocate straordinarie, e che spesso è confinato in panchina (o peggio, in tribuna) da Mourinho. L'Italia dovrebbe guardare ad alcune squadre europee: il caso della "cantera" del Barcellona. Un settore giovanile ben curato che sforna ogni anno tanti campioni, su tutti il Pallone D'Oro 2009 Lionel Messi, ma anche gli spagnoli Xavi, Pujol, Bojan. In Italia non c'è la cultura della pazienza e del coraggio, così' tanti giovani calciatori sono mandati in provincia, piuttosto che lanciati in prima squadra.
Si preferisce poi puntare su tanti giocatori stranieri che costano poco rispetto ai vivai ma che alla fine si rivelano il più delle volte autentici flop. Ecco spiegato anche la perdita di qualità del nostro campionato: le grandi stelle preferiscono tornei più combattuti, ma soprattutto stipendi faraonici, che non troveranno certamente qui, poiché le società hanno deciso di ridurre le spese per ripianare i bilanci. E' tuttavia una situazione che presto potrebbe presentarsi in Inghilterra, dove molte società hanno bilanci in rosso: il tanto decantato Manchester United denuncia perdite per 790 milioni di euro, ed è dovuto ricorrere all'emissione di bond in Borsa per recuperare crediti. Certo la quotazione in Borsa delle società è una garanzia di affidabilità, ma il rischio è di dover troppo dipendere dai risultati sportivi. Una buona soluzione sarebbe l'azionariato popolare, molto praticato in Spagna, nei quali i tifosi possono acquistare delle piccole quote investendo così sulla propria squadra del cuore e diventando dirigenti.
E che dire poi degli stadi italiani?
I nostri stadi, sono ormai obsoleti, poco accoglienti e spesso fin troppo costosi, preda di ultras e vittime delle più comode pay-per view (che indubbiamente sono un'importante fonte di guadagno per le società, ma che allontanano il tifoso). C'è stato negli ultimi anni un calo vertiginoso di presenze negli stadi italiani. Nella stagione 2007-08 la Serie A ha collezionato in media 23180 spettatori, contro i 29124 della Liga Spagnola, i 36076 della Premier League e i 39426 della Bundesliga. 15 anni fa, nella stagione 1992-93, il campionato italiano annoverava in media 32607 spettatori: quindi un calo di 9427 presenze. Gli Europei del 2018 (l'Italia è candidata a ospitarli) rappresentano in tal senso la grande occasione per migliorare gli stadi, ma soprattutto liberarli dalla burocrazia comunale. E in molte nazioni, gli stadi di proprietà sono un ottimo biglietto da visita: tribune coperte con poltroncine, musei e negozi a tema, servizio d'ordine eccellente.
Il gap tra Italia e altre nazioni è soprattutto culturale: troppi scandali (Calciopoli in primis), troppe liti e troppe moviole. Ma soprattutto, poco spazio all'evento, già di per sé poco spettacolare e caratterizzato da un estremo tatticismo. C'è tanto da cambiare per diventare di nuovo i numeri uno in Europa. E seguire le altre nazioni non sarebbe un atto di manifesta inferiorità per la presuntuosa Italia pallonara che dovrà eliminare le tensioni interne anche in vista del Mondiale di Sudafrica: l'ultimo appello per gli azzurri campioni del mondo!
Pasqualino D'Amico
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