Molti speravano che le buone cose fatte vedere contro Roma e Inter fossero il preludio ad una vera e propria riscossa sul piano del risultato (e magari anche del gioco) contro una diretta concorrente come il Chievo. Invece domenica scorsa al “Massimino” il Catania di Marco Giampaolo ha rimediato in tal senso un flop più che fragoroso, al di là di un 1-1 che frutta un misero punto che non fa salire più di tanto i rossazzurri in classifica, tenendoli distanti appena tre punti dalla zona retrocessione. E se i clivensi avessero creduto di più nella possibilità di vincere, sarebbe potuta andare ancora peggio.
Un pareggio che lascia non solo l’amaro in bocca, per un’occasione ghiotta (considerando i risultati favorevoli dagli altri campi) gettata alle ortiche, ma anche tanta apprensione, guardando ai futuri scontri diretti (quasi tutti fuori casa, dove Mascara e compagni finora hanno racimolato la miseria di tre punti) e a quello che il Catania è o quantomeno ha mostrato di essere domenica come negli ultimi mesi, a dispetto dei punti preziosi guadagnati in casa prima della fine del 2010 e delle buone gare.
Una squadra quasi priva di forze, poco lucida, capace di durare al massimo mezz’ora, poco propensa a combattere, evanescente e soprattutto senza un gioco. Individuare un singolo colpevole, nella fattispecie Giampaolo, può essere adeguato fino ad un certo punto.
Certo, le scelte del tecnico di Bellinzona a partita in corso hanno lasciato molto a desiderare, come del resto l’atteggiamento dei suoi dopo il rigore realizzato alla mezz’ora da Maxi Lopez, uno dei pochi sopra la sufficienza, con il vistoso arretramento del baricentro. Ma forse non è solo lui a dover risolvere i tanti problemi che stanno attanagliando i rossazzurri. Cominciando da quelli su cui non si può porre rimedio in un batter d’occhio, come gli infortuni e le precarie condizioni fisiche di diversi elementi dell’organico, per i quali fino a qualche settimana fa Giampaolo era costretto a schierare una difesa obbligata.
Ma i problemi di formazione sono fatti anche per essere superati, e il Catania ha patito moltissimo questo limite. Il punto è che le tre componenti della squadra, dirigenza, tecnico e giocatori, non sembrano remare nella direzione del lavoro e dei buoni risultati, come dovrebbe succedere in ogni società calcistica. I giocatori sembrano un gruppo di soldati in ammutinamento, ciascuno per conto suo, che spesso si rifiutano di dare retta al comandante (Giampaolo), che di fronte a tali episodi non alza la voce, non rivendica il suo ruolo, quasi arrendendosi alla volontà di quelli che invece dovrebbe guidare, agli occhi dei quali delegittima ulteriormente il suo ruolo con scelte strategiche sbagliate.
Il Capo di Stato Maggiore (la dirigenza) dal canto suo non interviene, non prende provvedimenti, non convoca il comandante nel proprio ufficio per sgridarlo, invitandolo a fare altrettanto con i suoi uomini, e non si mobilita per inviare al fronte soldati più freschi e più validi, per sostituire elementi che non sembrano più essere in grado di reggere la battaglia.
Magari queste cose, nel quartier generale e nel campo di allenamento, come negli spogliatoi durante la partita, succedono. Ma gli effetti non si sono visti. E c’è poco tempo per concretizzarli. Perché in tre delle prossime quattro partite (la prima sabato alle 18 contro il Parma al "Tardini") il Catania dovrà sostenere degli scontri diretti in trasferta. Tre battaglie da non sbagliare, da combattere col sangue agli occhi e con assoluto attaccamento alla divisa rossazzurra. Sono pur sempre battaglie. Ma è in queste che si decide l’esito della guerra: la guerra per la salvezza.
Fonte foto: zimbio.com
Michele Patanè
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