Sembra però di vivere un contrappasso rispetto proprio alla scorsa annata: tracciando un parallelo, nello scorso campionato i rossazzurri, allora guidati da Atzori prima dell’arrivo (rivelatosi decisivo) di Mihajlovic, producevano a tratti un gioco di alta qualità e mettevano in grande difficoltà l’avversario di turno, senza però riuscire a concretizzare (indicative le partite contro Napoli e Palermo) e finendo spesso per pagare ciò non solo con la mancata vittoria ma anche con la sconfitta; quest’anno sembra di vivere una situazione opposta, con un Catania bravo a guadagnare punti sfruttando i singoli episodi ma apparso incapace di costruire significative trame di gioco, contrariamente a squadre con una posizione più bassa in classifica.
C’è chi dà peso ai risultati, come c’è chi si annoia e storce il naso di fronte alla mancanza di spettacolo e di vivacità nel gioco. In questi mesi si sono accumulati diversi giudizi, negativi e positivi, sull’operato di Marco Giampaolo e sul suo modo di far stare la squadra in campo: un modo etichettato da molti come “difensivista”, complici le diverse volte in cui i rossazzurri sono stati schierati con appena uno o due uomini davanti alla linea della palla.
Etichettare un allenatore non è mai congruo, specie quando si tratta di un tecnico capace di far giocare in maniera brillante (e far divertire) squadre come Ascoli e Siena: il problema, più che nell’atteggiamento, consisterebbe nel fatto che i rossazzurri si sono più volte mostrati capaci di sbloccare la partita solo grazie a calci piazzati o a episodi fortuiti (non ultimo il gol vincente di Maxi Lopez contro il Brescia), senza quasi mai sviluppare con palla a terra delle azioni pericolose in serie.
Questo significherebbe mancanza di gioco, di una vera identità, cosa che difficilmente si può costruire da un momento all’altro se non durante il pre-campionato. Quando una squadra si trova con 21 punti a metà campionato, con una media punti che, proiettata sulle rimanenti partite, frutterebbe la salvezza le critiche e i malumori non avrebbero alcun fondamento, ma la (sospetta) assenza di un gioco è un fattore che non può non suscitare preoccupazione.
L’unico modo per dissolvere questo sospetto è lavorare con maggiore intensità e convinzione insieme ai giocatori, cercando di ottenere la loro approvazione e il loro sostegno e facendo leva sul sentimento dell’orgoglio di vestire la maglia rossazzurra, che sembra scemare in campo prima ancora che sugli spalti, dove l’affluenza in vistoso calo (soprattutto nell’importantissima gara col Brescia) è un altro elemento preoccupante, più volte al centro dei discorsi dell’amministratore delegato Lo Monaco. Ma per far tornare la gente allo stadio, i discorsi di denuncia non bastano: è più che sufficiente lavorare con serietà in settimana e affrontare tutte le partite con il massimo dell’impegno. In pratica, comportandosi come una squadra di calcio che vuole restare in alto.
Fonte foto: sport.it
Michele Patanè
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