Il campionato 2010/2011, il quinto consecutivo nella massima serie, è cominciato con una sconfitta per il Catania di Marco Giampaolo, che al termine di una partita non priva di errori e sbavature ha dovuto pagare dazio ad un Chievo più lucido e scaltro, premiato dal 2-1 finale al "Bentegodi".
Molti speravano che il tanto agognato salto di qualità dei rossazzurri venisse preannunciato da una vittoria o comunque da una prestazione autorevole contro una diretta concorrente sul suo campo, essendo Mascara e compagni più avvezzi a recitare i panni della pecora che non quelli del leone lontano dalle mura amiche; si confermerebbe ciò senza alcun indugio, se non per alcuni fattori non indifferenti, specie se ci si trova alla prima di campionato. Al di là di assenze importanti (vedi Biagianti) e potenzialmente importanti (come Barrientos e Gomez, elementi di buon livello ma ancora da verificare nel nostro calcio e in questa squadra), gli uomini di Giampaolo hanno palesato un ritardo di condizione che ha ingolfato non solo gli etnei ma anche altre compagini: il Chievo aveva visibilmente una marcia in più. Questo potrebbe bastare e avanzare per spiegare (e al limite giustificare) altre pecche nella prestazione dei rossazzurri, ineccepibili fino alla mezz'ora (loro le migliori occasioni), molli e intermittenti nella restante ora di gara. Una condizione fisica non al top può dar luogo ad agitazione, lentezza nelle decisioni e paura di sbagliare: tre elementi racchiusi nei due episodi che hanno provocato la sconfitta, ovvero l'errato disimpegno di Silvestre sul gol di Moscardelli e la sciagurata spinta di Alvarez (tra l'altro preso in contropiede) sulla schiena di Pellissier, già abbastanza noto per le sue doti di contropedista e che pertanto poteva essere oggetto di maggiore attenzione. Al di là di questi infortuni del reparto arretrato, la cui bontà e affidabilità non possono certo essere messe in discussione alla luce di una singola partita, da rivedere anche la prova del centrocampo, discreto in fase d'interdizione ma autore di tanti, troppi, passaggi sbagliati, incapace in alcuni momenti della gara di rifornire un attacco praticamente abbandonato al suo destino, troppo timido e inconcludente e vivificato solo dagli spunti e dalle idee di un Ricchiuti che dire sia in forma è riduttivo: l'ormai ultratrentenne argentino ha mostrato, ancora una volta, fiato, grinta e imprevedibilità che gente più giovane di lui invidierebbe, accompagnati all'esperienza e all'intelligenza tattica di uno che ha girato tra la C e la B per 15 anni prima di arrivare, l'anno scorso, nella massima serie.
Tornando agli spunti di riflessione, si consideri poi il fatto che Giampaolo non ha ancora forgiato la squadra secondo il suo credo tattico: per quanto alla vigilia della partita abbia rinunciato (se definitivamente o no non si sa) al suo 4-4-2 in favore del più conosciuto (e forse più adatto) 4-3-1-2 (spesso praticato da Zenga due stagioni or sono), ci sono ancora distanze da colmare nel suo modo di concepire lo schieramento e l'atteggiamento dei reparti, in particolar modo della difesa, più volte esortata in gara a restare alta e stretta (in tal senso si potrebbe spiegare il cambio di Terlizzi all'intervallo, forse poco propenso a seguire i dettami del mister di Bellinzona). Ci vorrà del tempo perchè questo, rifacendosi ad una frase da lui pronunciata qualche settimana fa, diventi definitivamente il suo Catania: può trattarsi di giorni, settimane o mesi. Sicuramente, dietro il lavoro (più che positivo) svolto in ritiro come dietro questa sconfitta, si nasconde la serietà, la scrupolosità, la pragmaticità ma soprattutto la sete di riscatto di un allenatore che di lettere di licenziamento ne ha prese troppe alla sua età e che vuole costruire un ciclo importante, non importa se si tratta di una serie di salvezze o di un'esperienza in Europa; c'è la compattezza e la voglia di stupire di un gruppo che sa cosa vuole, con giocatori a cui è inevitabile conferire più visibilità di altri, come Maxi Lòpez, ma senza primedonne, in cui tutti sono importanti ma nessuno è indispensabile: ne sa qualcosa proprio il biondo argentino, sostituito a Verona da Antenucci dopo un'ora di gioco assolutamente al di sotto delle aspettative.
Non è mai bello perdere, tantomeno farlo all'esordio in campionato. Diamo, però, ancora qualche settimana a questo gruppo e alla guida per conoscersi, capirsi e, si spera, andare d'amore e d'accordo, oltrechè prendere confidenza con la realtà di questa nuova stagione; la partita contro il Parma di domenica 12 al "Massimino", al di là del risultato, potrà riservare indicazioni decisamente più confortanti.
Michele Patanè