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Sudafrica 2010: ora si fa sul serio

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Un vecchio adagio recita: "quando il gioco inizia a farsi duro - almeno teoricamente - i duri dovrebbero iniziare a giocare". Purtroppo, però, si è tragicamente scoperto che, tra "i duri" di turno, l’Italia non c’è. L’eliminazione prematura dal mondiale brucia ancora, anzi che no. Le tre sberle slovacche saranno difficili da dimenticare.

Sono finite le sfide dei gironcini, si passa al dentro o fuori. Già oggi alle 16:00 si inizia con il primo ottavo di finale. L’Uruguay, che è risultato primo dal girone "A", mandando a casa la Francia, sfida la Corea del sud, seconda nel girone B dietro la corazzata Argentina e davanti a nigeriani e greci. Stasera sarà anche la volta dei sorprendenti yankees, qualificati all’ultimo respiro grazie alla rete di Donovan contro l’Algeria, che incroceranno l’unica africana ancora in corsa, il Ghana dell’ex udinese Asamoah Gyan.

Tabellone degli ottavi molto particolare quello che via via si è materializzato: parte sinistra morbidissima, con Brasile-Cile e Slovacchia-Olanda a completare la griglia. Parte destra da far venire l’emicrania, con incroci davvero di livello altissimo. Gli uomini di Maradona saranno impegnati contro i temibili messicani, probabilmente orfani di Carlos Vela; l’Inghilterra di Capello se la vedrà con la Germania per un ottavo che sa di finale anticipata; i campioni d’Europa della Spagna sfideranno i cugini iberici del Portogallo. A completare il tabellone Paraguay e Giappone, forse l’ottavo meno atteso, che potrebbe comunque sortire qualche sorpresa.

Azzardando qualche piccola previsione, si potrebbe profilare ai quarti un Argentina-Inghilterra di maradoniana memoria, quando la “mano de Dios” fece infuriare gli inglesi, mettendone a dura prova il proverbiale "aplomb". O ancora un appetitoso Brasile-Olanda, con Snejder a guidare gli orange proprio contro i compagni Lucio, Maicon e Julio Cesar.

Anche i bambini, però, sanno che nel calcio i “se” e i “ma” non servono e le ipotesi sono solo ipotesi. Le partite vanno giocate e vinte sul campo.

Questo, ahimè, ce l’ha insegnato la Slovacchia.

Angelo Giovanni Di Nisi

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