Stadio "Angelo Massimino", Catania, domenica 2 maggio 2010: sono appena passate le 17, la temperatura ha raggiunto il massimo giornaliero, il sole si abbatte inesorabile a rendere ancora più bollente una presenza allo stadio che già di per sè era azzardato definire una passeggiata. E' appena finita la partita con la Juventus, un bel pareggio per 1-1, nè vincitori nè vinti.
Con questo sole la cosa più ovvia da fare per i tifosi sarebbe imboccare le scale che portano alla piazzola e da lì uscire dallo stadio, mentre i giocatori, dopo aver corso per 90 minuti e aver strappato con le unghie e con i denti un punto ai bianconeri, dovrebbero salutare avversari, terna arbitrale e sostenitori e andare sotto le docce degli spogliatoi. Ma c'è qualcosa che trattiene tutti al loro posto, qualcosa che può trasformare la loro stagione in un successo dopo tante amarezze e tante paure. Qualche minuto prima, nella partita Atalanta-Bologna, l'atalantino Peluso con un'autorete ha stabilito la parità: il pareggio della squadra lombarda significherebbe l'impossibilità di raggiungere gli etnei per effetto della differenza reti nettamente favorevole a questi ultimi. A Bergamo però è appena iniziato il recupero: Tagliavento ha dato 5 minuti.
Dappertutto sugli spalti, in curva e in tribuna, spuntano radioline e cellulari utilizzati comunque a mo' di radio, tutti sono sintonizzati su Radiouno: prima un breve collegamento da Verona, poi la linea passa a Tonino Raffa dall'"Atleti Azzurri d'Italia", e tutti alzano le orecchie. Volume al massimo, reiterati "inviti" alla gente vicina di fare meno rumore, fiato sospeso: sembra di essere tornati a 20 anni fa, quando Ameri o Ciotti dovevano interrompersi o interrompere altri e dire in pochissimi secondi e per filo e per segno a milioni di italiani cosa era successo sul proprio campo di collegamento; una situazione non certo vicina ai giorni nostri, in cui con il passaggio di una schermata e un semplice replay sai che c'è stato un gol, vedi come ha esultato l'autore del gol e come è stato il gol: apparentemente molto di più, in concreto molto di meno. Raffa si avvia a spiegare perchè nel primo tempo di quella partita l'arbitro aveva prima dato poi tolto un rigore al Bologna: a nessuno frega granchè. Si tenta di partecipare a quella partita lo stesso, anche senza il conforto della cronaca.
Mihajlovic e i suoi uomini giacciono vicino la propria panchina: qualcuno si sdraia sull'erba, per trovarvi riposo dalla stanchezza o compagna nell'attesa, altri si abbracciano. Il mister cammina pensieroso e solitario verso il centrocampo, parla tra sè e sè: 10 anni fa all'Olimpico aspettava il finale di Perugia per lo scudetto, adesso aspetta il finale da Bergamo per una salvezza che per ovviamente vale di meno ma stimola in lui lo stesso orgoglio, la stessa grinta, la stessa voglia di vincere di quando a suon di punizioni all'incrocio correva a braccia aperte con i suoi compagni verso il tricolore. La possibilità che tutto il lavoro, tutta la sofferenza e tutti i sacrifici di quasi 6 mesi trovino la loro ricompensa li rende ancora più ansiosi, ancora più uniti, ancora più concentrati di quanto non lo fossero stati in questo periodo.
Il sonoro del “Massimino”, in quei minuti bassissimo, si rialza in maniera estemporanea quando Raffa parla di un Di Vaio in volata da solo verso la porta ma fermato in fuorigioco: si sarebbero conclusi i giochi con qualche secondo d’anticipo. Infatti non cambia granchè. Subito dopo l’annuncio: “Finale da Bergamo, Atalanta 1 Bologna 1”.
Giocatori, staff tecnico e tifosi finalmente possono lasciarsi andare: si resta in A anche quest’anno, anche questa volta ce l’hanno fatta. Per come stavano le cose fino a 6 mesi fa, si potrebbe esultare come se si fosse vinta la Champions League; in fondo per una realtà come questa la salvezza è come una Champions League. Ma si esulti come si vuole, l’importante è che si esulti e che si faccia passare tutto lo scoramento che ha provocato lo stare in fondo alla classifica e avere tutto contro. I giocatori percorrono la pista d’atletica, adesso la festa è loro, adesso si festeggia con i tifosi. Camminano lentamente, senza alcuna fretta, la festa con i tifosi va gustata fino in fondo, da una parte e dall’altra. Sperando di farne molte altre ancora, di passare molti altri giorni come questi. Questo è il quarto giorno in quattro anni, ma noi catanesi siamo fatti così: non ci accontentiamo mai.
Michele Patanè
Stadio "Angelo Massimino", Catania, domenica 2 maggio 2010: sono appena passate le 17, la temperatura ha raggiunto il massimo giornaliero, il sole si abbatte inesorabile a rendere ancora più bollente una presenza allo stadio che già di per sè era azzardato definire una passeggiata. E' appena finita la partita con la Juventus, un bel pareggio per 1-1, nè vincitori nè vinti. Con questo sole la cosa più ovvia da fare per i tifosi sarebbe imboccare le scale che portano alla piazzola e da lì uscire dallo stadio, mentre i giocatori, dopo aver corso per 90 minuti e aver strappato con le unghie e con i denti un punto ai bianconeri, dovrebbero salutare avversari, terna arbitrale e sostenitori e andare sotto le docce degli spogliatoi. Ma c'è qualcosa che trattiene tutti al loro posto, qualcosa che può trasformare la loro stagione in un successo dopo tante amarezze e tante paure. Qualche minuto prima, nella partita Atalanta-Bologna, l'atalantino Peluso con un'autorete ha stabilito la parità: il pareggio della squadra lombarda significherebbe l'impossibilità di raggiungere gli etnei per effetto della differenza reti nettamente favorevole a questi ultimi. A Bergamo però è appena iniziato il recupero: Tagliavento ha dato 5 minuti.
Dappertutto sugli spalti, in curva e in tribuna, spuntano radioline e cellulari utilizzati comunque a mo' di radio, tutti sono sintonizzati su Radiouno: prima un breve collegamento da Verona, poi la linea passa a Tonino Raffa dall'"Atleti Azzurri d'Italia", e tutti alzano le orecchie. Volume al massimo, reiterati "inviti" alla gente vicina di fare meno rumore, fiato sospeso: sembra di essere tornati a 20 anni fa, quando Ameri o Ciotti dovevano interrompersi o interrompere altri e dire in pochissimi secondi e per filo e per segno a milioni di italiani cosa era successo sul proprio campo di collegamento; una situazione non certo vicina ai giorni nostri, in cui con il passaggio di una schermata e un semplice replay sai che c'è stato un gol, vedi come ha esultato l'autore del gol e come è stato il gol: apparentemente molto di più, in concreto molto di meno. Raffa si avvia a spiegare perchè nel primo tempo di quella partita l'arbitro aveva prima dato poi tolto un rigore al Bologna: a nessuno frega granchè. Si tenta di partecipare a quella partita lo stesso, anche senza il conforto della cronaca.
Mihajlovic e i suoi uomini giacciono vicino la propria panchina: qualcuno si sdraia sull'erba, per trovarvi riposo dalla stanchezza o compagna nell'attesa, altri si abbracciano. Il mister cammina pensieroso e solitario verso il centrocampo, parla tra sè e sè: 10 anni fa all'Olimpico aspettava il finale di Perugia per lo scudetto, adesso aspetta il finale da Bergamo per una salvezza che per ovviamente vale di meno ma stimola in lui lo stesso orgoglio, la stessa grinta, la stessa voglia di vincere di quando a suon di punizioni all'incrocio correva a braccia aperte con i suoi compagni verso il tricolore. La possibilità che tutto il lavoro, tutta la sofferenza e tutti i sacrifici di quasi 6 mesi trovino la loro ricompensa li rende ancora più ansiosi, ancora più uniti, ancora più concentrati di quanto non lo fossero stati in questo periodo.
Il sonoro del “Massimino”, in quei minuti bassissimo, si rialza in maniera estemporanea quando Raffa parla di un Di Vaio in volata da solo verso la porta ma fermato in fuorigioco: si sarebbero conclusi i giochi con qualche secondo d’anticipo. Infatti non cambia granchè. Subito dopo l’annuncio: “Finale da Bergamo, Atalanta 1 Bologna 1”.
Giocatori, staff tecnico e tifosi finalmente possono lasciarsi andare: si resta in A anche quest’anno, anche questa volta ce l’hanno fatta. Per come stavano le cose fino a 6 mesi fa, si potrebbe esultare come se si fosse vinta la Champions League; in fondo per una realtà come questa la salvezza è come una Champions League. Ma si esulti come si vuole, l’importante è che si esulti e che si faccia passare tutto lo scoramento che ha provocato lo stare in fondo alla classifica e avere tutto contro. I giocatori percorrono la pista d’atletica, adesso la festa è loro, adesso si festeggia con i tifosi. Camminano lentamente, senza alcuna fretta, la festa con i tifosi va gustata fino in fondo, da una parte e dall’altra. Sperando di farne molte altre ancora, di passare molti altri giorni come questi. Questo è il quarto giorno in quattro anni, ma noi catanesi siamo fatti così: non ci accontentiamo mai.
Michele Patanè
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