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Formula 1: Ferrari, un giorno per perdere tutto

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Domenica scorsa il mondiale 2010 di Formula 1 ha conosciuto il suo epilogo nella maestosa ed incantevole cornice dello Yas Marina Circuit, ad Abu Dhabi. Un Gran Premio a cui la Ferrari era arrivata con la certezza di non poter più aspirare al titolo costruttori, ampiamente vinto dalla Red Bull, ma con Alonso al comando della classifica piloti, con 8 punti di vantaggio su Webber e 15 su Vettel.

Sarebbe bastata una gara sul livello di quelle precedenti, con la Ferrari dello spagnolo capace di tenere il passo delle Red Bull, terribilmente veloci ma talvolta inconsistenti in gara (soprattutto a causa del motore) o distrutte da errori umani (ultimo quello di Webber in Corea). E le qualifiche del sabato avevano regalato prospettive incoraggianti: Vettel in pole, ma Alonso partiva dalla terza posizione mentre Webber era solo quinto. Con questi piazzamenti, l’asturiano avrebbe fatto suo il mondiale. E invece succede quello che non ti aspetti.

La gara si mette male sin dall’inizio, con Alonso che viene bruciato in partenza da Button e scende in quarta posizione. Niente paura, anche stando così le cose alla fine si festeggia: passano alcuni giri in cui Vettel vola ma Alonso mantiene saldamente la sua posizione, fino a quando Webber (anche lui sceso di una posizione) non combina un pasticcio andando ad urtare la ruota posteriore contro il guardrail. L’australiano entra ai box e perde posizioni: il muretto in rosso elabora una nuova strategia, finalizzata a bloccare la Red Bull numero 6 piazzandole davanti Massa. Viene fatto entrare il brasiliano: niente da fare, Webber è davanti. Allora si provvede con Alonso: è qui che si decide il campionato.

Lo spagnolo viene fatto entrare ai box, esce davanti all’australiano, ma rimane impantanato nel traffico nelle retrovie e in un Petrov che vede presentarsi l’occasione della vita per tenersi stretto il suo posto alla Renault: alla fine della gara mancano poco meno di quaranta giri, ma Alonso non riuscirà mai a sopravanzare il russo. Concluderà la gara solo settimo, regalando a Vettel, vincitore della gara, la gioia di essere il più giovane campione del mondo di Formula 1. Lo spagnolo e la Ferrari rimangono con un pugno di mosche in mano, dopo una rimonta insperata cominciata a metà stagione e conclusasi in Corea.

Dopo la gara non sono certo mancate le critiche, come non è mancata la caccia al colpevole, additato in Chris Dyer, responsabile delle strategie di gara, dall’anno scorso in Ferrari per rimpiazzare Luca Baldisseri, a sua volta resosi protagonista di strategie sciagurate, soprattutto all’inizio del mondiale del 2009. Identificare le colpe in un’unica persona, tuttavia, sarebbe fuorviante. La Ferrari ha perso perché la squadra in generale, tra meccanici, ingegneri, responsabili al muretto e piloti, non ha reso a sufficienza e non è stata perfetta come nelle vittorie ottenute quest’anno.

Di errori e manchevolezze vari se ne sono visti un pò dappertutto: i pitstop più lenti di quelli della Red Bull, Massa tenuto dietro dalla Toro Rosso di Alguersuari e Alonso, due volte campione del mondo, incapace di sorpassare entro una quarantina di giri, seppur in una pista tecnica, dove i sorpassi sono difficili da compiere, Petrov con la Renault, vettura apprezzabile (quinto posto nel mondiale costruttori) ma inferiore alla “Rossa” di Maranello. Insomma, tutta la Ferrari, e non alcuni membri, ad Abu Dhabi, nel momento più importante della stagione, non è stata all’altezza della situazione.

Ma non c’è motivo di sparare addosso alla scuderia, capace comunque di sfoderare un campionato dignitoso, un grande segnale di ripresa rispetto alla scorsa, disastrosa, stagione, nonostante la vettura non sia stata la più forte tra le dodici del lotto. Come non c’è motivo di sparare addosso ad Alonso, che forse poteva fare di più in gara ma che in stagione ha accumulato cinque vittorie con una vettura, come detto sopra, che non è stata la migliore del mondiale, e che fino all’ultimo ha battagliato alla pari con due piloti, Vettel e Webber, che invece hanno avuto a disposizione una macchina velocissima, impeccabile nel giro veloce (come a onor del vero lo stesso Vettel, autore di ben dieci pole position in stagione) e con un equilibrio aerodinamico ai limiti della perfezione: merito di Chris Horner, team principal della scuderia anglo-austriaca, che ha saputo gestire nel migliore dei modi la rivalità tra i due piloti che ha rischiato di far sfumare la doppietta, ma soprattutto di Adrian Newey, fantastico progettista, di cui la RB10 rappresenta solo l’ultimo gioiello, dopo i bolidi vincenti disegnati ai tempi della Williams di Hill e Villeneuve e della McLaren di Hakkinen.

Nella casa di Maranello l’amarezza, in questi giorni, regna sovrana. Ma piangere sul latte versato non si addice allo stile di Luca Cordero di Montezemolo e dei suoi dipendenti, che già staranno pensando a costruire una macchina più forte, basandosi non soltanto sul potenziale ma anche sull’affidabilità. Potrebbe anche esserci una revisione del personale al muretto, o comunque l’adozione di una politica diversa nelle misure da introdurre a gara in corso. Per far tornare la Ferrari, scuderia che detiene il maggior numero di campionati vinti, sia tra i piloti che tra i costruttori, dove la tradizione le impone di stare: davanti a tutti.

 

Michele Patanè

Fonte foto:motorilive.com

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