Si è svolta presso la Mediateca comunale “Vincenzo Bellini” di Catania la conferenza “Agatha Catanensis: tra fede e ragione, tra storia e leggenda”, organizzata da “Etna ‘ngeniousa”. Il gruppo, che organizza abitualmente una serie di escursioni atte a far conoscere ai cittadini i segreti più nascosti di Catania e dintorni, ha mostrato al pubblico i risultati di accurati studi su Sant’Agata, da un punto di vista artistico, naturalistico e archeologico.
Per quello che concerne l’iconografia agatina, la docente di storia dell’arte Matilde Russo ha mostrato ai presenti una rassegna di opere che parte dal Medioevo fino al 1700. A tal proposito, Russo ha dichiarato: « L’immagine di Sant’Agata è entrata fin da subito nell’arte cristiana. Non è solo una prerogativa di Catania e provincia, ma abbraccia tanti luoghi d’Italia, basti pensare a Firenze che ospita numerose opere dedicate alla nostra santa patrona. Questo perché ovviamente Sant’Agata è una delle martiri simbolo del cristianesimo». In effetti la rappresentazione più diffusa è quella del taglio delle mammelle di Agata: «Da una rappresentazione puramente iconografica, dove Agata specialmente nell’arte bizantina veniva rappresentata frontalmente, con i simboli della corona e della croce, si passa nel corso dei secoli ad una rappresentazione narrativa. Così nel XIII secolo Agata é identificata in maniera univoca, rappresentata per esempio con le mammelle poste su un vassoio come segno di riverenza verso Dio o accompagnate da una tenaglia, simbolo del martirio».Anche l’Umanesimo e il Barocco hanno abbracciato Sant’Agata, e Matilde Russo fa notare alcune interessanti prerogative: « Gli artisti del periodo umanistico – afferma la docente – hanno evidenziato i consueti tratti del martirio di Agata, ma l’attenzione dell’osservatore va inevitabilmente verso la rappresentazione del corpo e dei vestiti della santa, che la rendono quasi una ragazza innamorata. Nel Barocco, invece, regna il consueto contrasto luci-ombre: Agata così viene rappresentata in carcere o con gli occhi rivolti al cielo. Dal Settecento in poi la figura di Sant’Agata passa in secondo piano, ma i mille volti rappresentati nel tempo la rendono chiaramente una delle figure più mirabili del cristianesimo».
Dall'arte alla leggenda del velo. Interviene nel dibattito Aristide Tomasino, guida naturalistica, che parla delle eruzioni e dei terremoti che hanno colpito Catania nel corso dei secoli, mettendo in evidenza il loro legame con l’esposizione del velo di Sant’Agata. «La storia – afferma Tomasino – ha dimostrato come il velo di Sant’Agata arrivò a proteggere il territorio catanese. Tante sono state le coincidenze che chiaramente hanno del miracoloso. Basti pensare all’eruzione del 1886: l’allora cardinale Dusmet portò in processione il velo di Sant’Agata, e la lava, che stava per colpire Nicolosi, deviò il suo percorso ». La natura insomma ha obbedito al velo di Sant’Agata, e questo ha fatto sì che il suo culto fosse ben radicato nel territorio.
L’archeologo Oreste Lo Basso mostra infine le sue ricerche relative ai luoghi agatini di culto, cercando di far scoprire alla platea le origini e di sfatare alcuni miti. Così, analizzando le chiese di Sant’Agata la Vetere, Sant’Agata alla Fornace e Sant’Agata al Carcere, Lo Basso mostra le loro caratteristiche, ponendo l’accento sulla loro genesi (chiaramente in stile romanico, basti pensare che la Chiesa di Sant’Agata la Vetere era l’antico pretorio distrutto poi dal terremoto del 251, proprio poco dopo la morte di Agata). Dopo aver parlato del sarcofago di sant’Agata, dove permanevano elementi pagani (sostituiti poi da quelli cristiani, come “un autentico atto di purificazione”), Lo Basso parla ai presenti dell’antica necropoli di Via Dottor Consoli (oggi non più esistente): «C’è un’ipotesi molto importante che dimostra che quest’area era il luogo originario di culto di Sant’Agata. In effetti, dopo che il corpo della santa era stato sepolto nell’attuale Chiesa di san Gaetano alle Grotte, con l’editto di Costantino (313) fu trasferito nell’area cimiteriale di Via Dottor Consoli. Il cimitero fu poi dismesso nel VI secolo e il corpo fu così trasferito a Sant’Agata La Vetere». Spesso religione e storia non vanno d’accordo, basti pensare alle “orme di Sant’Agata” , che furono lasciate dalla patrona di Catania durante il suo periodo di prigionia e che si trovano nella Chiesa di Sant’agata al Carcere: in effetti Lo Basso pensa che il periodo medievale ha creato spesso delle false immagini ancora oggi contemplate nel culto agatino e che non mancano di suscitare ancora curiosità.
La storia di Sant’Agata e il suo culto, ha ispirato insomma tanti artisti e incuriosito gli storici. Alcuni dibattiti sulla festa di Sant’Agata sono ancora aperti, ma i risultati mostrati in questa conferenza da “Etna ‘ngeniousa” sono lodevoli e dimostrano come il culto della patrona di Catania sia qualcosa di unico, un misto di storia, religione e arte che affascina tutto il mondo.
Foto a cura del redattore
Pasqualino D’Amico
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