La patologia negata.
Scrivere, un'attività così automatica da sembrare banale, in realtà richiede un iter di apprendimento lungo e complesso che presuppone il possesso di competenze per elaborare l'informazione uditiva, visiva e fonologica.
Tutti noi abbiamo un vago ricordo di come e quando abbiamo imparato a scrivere, molti avranno prima iniziato con asticelle, cerchietti, poi continuato copiando le lettere ed infine hanno raggiunto l'agognato traguardo: scrivere sotto dettatura! Ma come si arriva a farlo, qual è il faticoso percorso che ogni bimbo segue per imparare a scrivere? Ancora fino ai primi anni '80 si riteneva che per scrivere bastasse essere capaci di convertire il fonema in grafema, come affermava Lurija (1981) "Quando dobbiamo scrivere, dobbiamo realizzare una rappresentazione fonologica della parola, che poi spezzettiamo in tante unità. Ciascuna di queste unità viene poi trasformata in un grafema e questo ci consente di scriverla".E' chiaro che questo semplice modello per spiegare come avvenga l'operazione di decodifica prima, e di codifica e collocazione poi dei segni grafici arbitrari e convenzionali che compongono le parole, appare ormai superato, è un meccanismo troppo semplice, che non prende in considerazione i tanti elementi della scrittura. Basti pensare alle parole "cuoco" e "quoziente" come facciamo a stabilire dove mettere la "cu" e dove la "qu"?
Ed ancora come decidiamo che "scientifico" vuole la i e "scenografo" no?
Alla luce di questi esempi bisogna ipotizzare l'esistenza di un codice visivo-lessicale che ci faccia propendere per una opzione piuttosto che un'altra in presenza di fonemi omofoni.
Ma non basta: proviamo a pensare a coppie di parole quali "lago" e "l'ago"; "letto" e "l'etto"; "labile" e "la bile" giusto per fare qualche esempio fra i tanti che offre la nostra lingua (che, per inciso, ha una corrispondenza fonema-grafema piuttosto trasparente al confronto di altre lingue come l'inglese, ad esempio).
Come superiamo l'ambiguità fornitaci dall'input uditivo?
In questo caso è necessario ritenere che si debba possedere un ampio codice visivo e semantico che ci guidi nella scelta della corretta sequenza. Studi più recenti, che si basano su osservazioni effettuate su adulti che hanno perso l'abilità di scrittura a causa di danno cerebrale, pur non potendo essere pedissequamente trasposti sui bambini, ci aiutano a formulare un modello di apprendimento della scrittura che si sviluppa in quattro stadi.
Prioritariamente bisogna ricordare che il processo di apprendimento non inizia con l'ingresso nella scuola elementare: tutti i bambini, pur se in diversa misura, entrano in contatto con la scrittura e formulano ipotesi sui suoi meccanismi di funzionamento.
Andiamo ora a vedere questi stadi ricordando che sono validi per i sistemi di scrittura e lettura basati sull'alfabeto e che sono tra loro strettamente dipendenti.
Inizialmente il bambino riconosce parole familiari, utilizzando le loro caratteristiche grafiche salienti. Siamo nello stadio “ideo-grafico”, dove l'ordine delle lettere è ignorato e la fonologia è recuperata solo dopo aver identificato la parola, che è necessariamente già conosciuta.
Nel secondo stadio, quello cosiddetto “alfabetico”, il bambino applica le regole di conversione fonema-grafema in un approccio alla letto-scrittura non più globale, ma sistematico, che richiede il ruolo primario della fonologia e dell'ordine delle lettere. In questo stadio il bimbo impara a scrivere parole nuove, non conosciute prima.
Quando il bambino impara a riconoscere ed applicare le regole di conversione fonemagrafema a sillabe, morfemi, parti della parola insomma, siamo giunti nel terzo stadio, quello “ortografico”.
Ed eccoci ora all'ultimo stadio: quello “lessicale”, il bambino non ha più bisogno di applicare il sistema di conversione fonema-grafema, scrive in maniera globale, scrive, cioè, l'intera parola senza dover ricodificare fonologicamente le sue parti: ha appreso la scrittura.
Dott.ssa Rossella Santoro
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