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Dislessia, troppi casi identificati in Italia

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Dislessia
Gli specialisti avvertono: "Le diagnosi facili aumentano i disagi dei bambini"
John Lennon pare abbia scoperto di soffrirne da adulto.
A esserne colpiti sono stati anche altri personaggi famosi, scienziati come Leonardo Da Vinci e Albert Einstein, statisti come George Washington e John Kennedy.
Si tratta della dislessia, una sindrome classificata tra i Disturbi Specifici dell'Apprendimento, caratterizzata dalla difficoltà di leggere, scrivere, effettuare calcoli aritmetici con i metodi e i tempi normali di insegnamento.

Varie sono le forme di manifestazione della dislessia, diversi i percorsi terapeutici da seguire. Alla base di una buona terapia occorre, però, una corretta diagnosi. Troppi sono, infatti, i casi di dislessia diagnosticati che non si rivelano tali. L'allarme arriva da un'indagine dell'Ido, l'Istituto di Ortofonologia di Roma.

Secondo lo studio presentato lo scorso 16 dicembre a Montecitorio, in occasione della conferenza "La scuola dell'obbligo e i disturbi specifici dell'apprendimento", la dislessia viene individuata nel 18-20% dei bambini che frequentano le scuole elementari del nostro Paese.
Una percentuale troppo elevata che non rispecchia i dati reali.

Solo il 3% dei ragazzi in età scolare, infatti, soffrirebbe di questa disabilità di origine neurobiologica.

Le diagnosi di dislessia in Italia sono troppe e spesso non corrette.

Una tendenza che da una parte determina un inutile spreco di risorse economiche, dall'altra, rischia di creare maggiori disagi ai soggetti considerati erroneamente dislessici.

Secondo gli specialisti, le valutazioni sbagliate allontano dal problema reale.
I bambini considerati portatori di una disabilità che non hanno, vengono indirizzati verso percorsi alternativi che si rivelano inadatti e spesso seriamente compromettenti "lasciando - come afferma il direttore dell'Ido, Federico Bianche Castelbianco - un vuoto di conoscenze che si ripercuoterà pesantemente sul loro curriculum di studi".

Le cause, ancora poco conosciute, della dislessia e la mancanza di mezzi oggettivi per la sua diagnosi, rende la situazione ancora più complicata.
A questi fattori, vanno aggiunti le forte pressioni che arrivano dal mondo degli adulti.
Se un bambino prima aveva due anni di tempo per imparare a leggere e scrivere, adesso ci si aspetta che lo faccia in tempi sempre più ridotti.

Una corsa a ostacoli che mira sempre più a soddisfare le pretese dei genitori e a mettere in secondo piano il benessere emotivo dei figli, con il rischio - sempre più frequente - di farli sentire inadeguati.

Foto del redattore

Cosima Ticali

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