L’eretico digitale, però, non esulta dinanzi a questa realtà. Anzi si sforza di trovare un luogo e una chance di rigenerazione professionale. E alla fine la trova pure. E’ la rete. L’essere digitale. Quella forza inarrestabile di pratiche sociali innovative, come i blog e i social networks. Quel continuo ed energico esperimento di giornalismo dal basso che nasce al di fuori dei circuiti tradizionali.
Ora, non è che la rete se la passi meglio. Gli ultimi aggiornamenti sui progetti legislativi in materia di informazione e libertà d’espressione hanno il sapore, neanche tanto velato, di censura. I nuovi padroni dell’economia della conoscenza, vale a dire i motori di ricerca e le società che gestiscono l’accesso, sia sulla rete fissa che in mobilità, non sono poi più buoni e più liberi dei padroni di prima. Dall’incontro tra potere politico e libera aggregazione di rete potrebbe nascere una forma di populismo digitale anche più pericolosa di ogni televoto catodico.
L’eretico digitale, conscio dei rischi che corrono tanto il giornalismo quanto la rete, crede che la salvezza possa esserci solo da un incontro virtuoso tra questi due mondi.
Il giornalismo tradizionale deve affrancarsi dai vizi della corporazione e dalla logica dei poteri ed accogliere la rivoluzione digitale, vale a dire tutte le nuove modalità di raccolta, racconto e distribuzione di informazione. La rete dal canto suo deve sposare i principi base e le rigorose regole del mestiere perché i fatti siano raccontati e i cittadini messi in condizione di decidere in modo informato.
Sin qui l’eretico-digitale pensiero. Rivoluzionario per coloro i quali ancora tutte le mattine vanno in edicola a comperare il quotidiano, cristallizzato per coloro i quali cercano o integrano l’informazione nei giornali on-line, nei blog e nei social network. Ai giornalisti (aspiranti e non) e ai lettori il compito di darvi continuità o confutarlo con forza.
Emanuele Urzì
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