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Alla scoperta di un genere: il cinema splatter

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Il cinema splatter nasce tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70. Sono gli anni in cui la perfezione fisica e il piacere individuale contrastano con un periodo di sconvolgimento sociale.Etichettato spesso come sottogenere del cinema horror, oggi si può parlare di un genere a sé stante che è riuscito a contaminare altri filoni cinematografici, anche tra i più impensabili, portando alla creazione dello splatter guerra, dello splatter western, dello splatter mafia, per citarne alcuni. Per questo motivo all’interno di guide sul cinema splatter si possono trovare film come “Il padrino”, “Le iene”, “Salvate il soldato Ryan”, “300” o i gangster − movie di Martin Scorsese. 

Il termine splatter, coniato dall’americano John McCarty, deriva dal verbo onomatopeico “to splat” che significa “schizzare”. McCarty fa risalire il genere a Herschell Gordon Lewis, e alla sua prima opera “Blood Feast”.

Erede del Grand Guignol teatrale e dei fumetti di William M. Gaines, lo splatter arricchisce il cinema di autori come i fratelli Coen e Quentin Tarantino, dopo aver influenzato autori come Sam Raimi, col quale il primo Jackson ha molto in comune.
Lo splatter è identificabile soprattutto per un fattore visivo: la ferita, il sangue, lo squarcio che dilania le carni, la mutilazione, il massacro e infine la morte. Il corpo umano diventa oggetto di tortura, e il buon gusto estetico è superato dalla provocazione e dall’obiettivo di creare di proposito disgusto.

L’obiettivo principale, paradossalmente, essendo un genere cinematografico fortemente patico, non è solo quello di creare suspence o disgustare, ma è anche quello di coinvolgere lo spettatore anche attraverso l’ironia e il sarcasmo. Per questo il genere sconfina spesso nel comico, appunto perché rinuncia alla componente sadica per calcare l’aspetto dell’esagerazione e della deformazione.

Lo splatter cerca di esprimere verità universali circa la condizione umana: esso promuove, in maniera critica, quelli che sono i valori familiari e sociali. Le trame, infatti, sono poco più che un pretesto per poter denunciare la società dei consumi, l’ossessione borghese di avere una famiglia almeno in apparenza perfetta, i mezzi di comunicazione, il capitalismo politico ed economico.

Il successo delle prime pellicole era anche dovuto al particolare target al quale erano destinate: il cinema splatter, in generale, si rivolge, non allo spettatore occasionale o all’appassionato di cinema, bensì a un pubblico dal gusto decisamente settoriale, capace di andare oltre la sola immagine visiva: chi ama questo genere, ne apprezza la forza dell’impatto visivo delle immagini, la grossolanità degli effetti speciali, la scarsa importanza della trama.

Lo splatter cinematografico non ha più molto da dire e offrire in quest’oscuro finale di millennio, ha anzi trasferito il suo campo d’azione nelle cronache quotidiane, diventando espressione di una realtà che pare superare ogni immaginazione: la spettacolarità delle notizie. È stato sepolto dalla una vera e propria valanga di sequel, prequel e remake: molti degli autori degli albori si sono allontanati dal genere cui tanto avevano dato, preoccupati soltanto di incassare i diritti per il remake dei loro film migliori.

In un’epoca in cui domina la confusione nemmeno il cinema ha gli strumenti per spiegare la realtà odierna.

Tra i film di questo appartenenti al genere che si possono annoverare vi sono, “La notte di morti viventi” di George Romeo, “Nightmare”  e “Non aprite quella porta” entrambi di Wes Craven, “Lo squalo” di Steve Spielberg, “Splatter¬-Gli schizzacervelli” di Peter Jackson,“Alien” di Ridley Scott, “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino, ad oggi considerato il più grande esponente del genere. In Italia le prime pellicole ad essere macchiate di sangue e ad essere segnate da scene di massacri mostrati per la prima volta al pubblico, saranno quelle di Mario Bava, e quelle del maestro dell’horror Dario Argento.

Manuela Scuderi