Diretto da: Gerald McMorrow
Quattro vite, quattro diversi percorsi all’interno delle trame del dolore. Quattro storie, quattro anime inquiete…che il fato condurrà sullo stesso percorso…quattro storie che nell’arco di un secondo si intrecceranno fino a diventare un solo filo confuttore, poi la rinascita…Un percorso crudo e visionario all’interno del dolore e dei suoi molteplici effetti, questo è il tema di questo meraviglioso affresco a tinte gotiche, realizzato dal regista Gerald McMorrow, alla sua prima esperienza nella regia di un lungo metraggio cinematografico. Al suo via la pellicola può risultare lenta e confusa, ma, superati questi primi minuti, ci cattura con una trama ben costruita e fuori dalle righe.
Frase pronunciata dal personaggio che fungerà da baricentro verso cui convergeranno gli altri tre personaggi del film, ognuno con il proprio bagaglio di dolore, ognuno con le proprie psicosi e paure. David, un uomo distrutto dal dolore di un evento che non è riuscito ad impedire, e che lo ha destabilizzato al punto da cancellare tutti quelli che una volta per lui erano punti fermi. Adesso, egli vive in una sua individualistica realtà, un mondo distorto, cupo e caotico in cui gli esseri umani sono catalogati in base alla religione di appartenenza. Un mondo in cui le regole non esistono, egli in questa realtà si chiama Jonathan Preest, e come ogni giustiziere che si rispetti indossa una maschera bianca ed inespressiva con due profonde orbite nere al posto degli occhi. Una sorta di auto annullamento per non provare dolore. Adesso egli è alla ricerca di un uomo, la causa del suo profondo dolore, il suo fallimento mai espiato, un uomo chiamato “l’individuo”.Emilia, una giovane studentessa d’arte, lei vive un rapporto conflittuale con la madre, ma la cosa più interessante e che per svolgere una tesi sull’arte più estrema, si riprende, tutte le volte, con una piccola video camera mentre con diverse pratiche suicide si porta quasi al punto di non ritorno. Milo, un uomo mite ed infantile, lasciato poco prima delle nozze si rifugia nel ricordo del suo primo amore, un amore puro ed incontaminato dal dolore della vita. Il suo desiderio di rivedere quella donna è così profondo che la sua mente la materializza, facendogli vivere un incontro in cui viene analizzato il motivo stesso di tale evocazione. In fine, ma non per ultimo, Esser, un uomo che cerca disperatamente il figlio scappato da un manicomio, sembra essere lui la chiave, il perno su cui si fonda tutta questa vicenda. Che sia proprio lui L’individuo ?
Quattro storie… quattro vite, ognuna distante dalle altre, ma alla sorte non manca certo l’umorismo. Un solo istante e tutto converge in un unico momento, un momento in cui tutto si mescola, un momento in cui tutto viene riscritto…un unico momento in cui tutto diventa chiaro…ma solo per poco, giusto il tempo per espiare. “ Franklyn “ risulta essere una pellicola molto fuori dall’ordinario, che vale la pena vedere e rivedere, straordinaria la fotografia curata da Ben Davis, che rende alcune delle scene degli straordinari capolavori degni del più grande artista. Nota positiva anche per le musiche curate da Joby Talbot, in grado di sottolineare con assoluta maestria le fasi più salienti della pellicola, come la scena finale in cui, David incrociando lo sguardo con Emilia solo per un attimo vede il mondo nella sua fredda realtà, ma solo per un attimo…perché questo torna pian piano alle sue più rassicuranti forme gotiche.
Assolutamente esaltante.
P.S.
Da osservare senza fare riferimenti ad altre pellicole…
Questo è un caso unico.
Carlo Fabio Giuffrida
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Franklyn













