Uno dei programmi televisivi più seguiti dagli italiani, nel palinsesto prime time, è certamente
"Ciao Darwin", magistralmente condotto da
Paolo Bonolis e dall'immancabile fedele compagno di lavoro
Luca Laurenti, giunto ormai alla sesta edizione. I critici televisivi, come
Aldo Grasso, da sempre hanno stigmatizzato più volte i contenuti di "Ciao Darwin", definendolo più volentieri come il trionfo assoluto del
trash in TV. In effetti, in prima istanza, lo spettatore meno accorto rimane colpito dai concorrenti fin troppo estrosi, dalle vallette e dalle ballerine non molto vestite, da una dialettica a volte eccessiva, quasi da "mercato ortofrutticolo".
Tuttavia, andando oltre le apparenze, c'è dell'altro.Il meccanismo del programma, infatti, prevede la divisione dei
cento concorrenti in due grandi macro
categorie: capita allora di trovarsi di fronte belli contro brutti, mariti contro mogli, Padania contro Mezzogiorno. Anche nella vita di tutti i giorni, si procede per categorizzazione: così, per esempio, nel mondo del lavoro si può essere etichettati come raccomandati, stakanovisti, leccapiedi o altro. Ciao Darwin, quindi, piace perché tutti gli
italiani s'identificano, in un modo o nell'altro, in una categoria. Del resto, grandi filosofi come Aristotele, Kant e Hegel hanno dato molta importanza al concetto di categoria. E poi le teorie dell'evoluzione di Darwin: la razza più forte prevale sull'altra. Così in ogni puntata, la categoria che perde diventa a tutti gli effetti uno scarto evolutivo, naturalmente con le debite proporzioni.
Se poi si va ancora in profondità, le varie prove cui sono sottoposti i concorrenti sono preparate dagli autori con una perfidia e una dovizia straordinaria. Tante risate suscitano anche le prove della macchina del tempo, dove i malcapitati concorrenti (selezionati "simbolicamente" ma non casualmente da Madre Natura) sono proiettati in un immaginario passato ripercorrendo in maniera esilarante le tappe della storia, dimostrando scarsa preparazione scolastica ed una goffaggine quasi al limite del fantozziano. Mentre non sono adatte ai più paurosi le prove di sopravvivenza, dove in particolare topi, serpenti, vermi e pipistrelli rendono l'atmosfera quasi da film horror. Da non dimenticare le orazioni dei rappresentanti di categoria (degne di un comizio politico) e delle sfilate di moda, con il loro insano tocco di esagerato glamour.
Il tutto è condito da un Paolo Bonolis esplosivo e sempre più trascinatore che non fa mai battute scontate, che utilizza un linguaggio fatto allo stesso tempo di neologismi e verbi ricercati o in disuso ("albergare" è tipico dei letterati dell'Ottocento) e che con la sua verve ha ormai annullato del tutto persino il degno compare Luca Laurenti, costretto ormai al ruolo d'inquietante disturbatore. Quel martellante richiamo di Bonolis, "Italiani" , certamente acuto osservatore di comici d'altri tempi come il celeberrimo Totò o l'Albertone nazionale, rimbomba nelle case del bel paese e sembra voler consacrare che Ciao Darwin è davvero lo specchio della realtà, di un'Italia figlia dei propri stereotipi, capace di sciogliersi in un attimo, mostrando peccati e istinti nascosti. Insomma, un'Italia in continua "regressione", dove ogni italiano ha dentro di sé un lato trash che non vuole ammettere.
Recentemente, Bonolis ha fatto intendere che quest'anno sarà l'ultimo atto del suo Ciao Darwin, perché vuole dedicarsi a nuovi format televisivi. Una notizia preoccupante per Mediaset, che come tanti spettatori faranno i debiti scongiuri. Sarebbe mortificante non vedere più quei cilindroni d'acqua che si riempiono a fine puntata. Lo sarebbe ancora di più forse se un'ipotetica settima edizione, di questo fortunato programma, fosse affidata ad un altro conduttore. Perciò "italiani", non ascoltate quei bacchettoni dei critici e godetevi fin che potete la scoppiettante energia pura e sincera di "Ciao Darwin".
Pasqualino D'Amico