Dopo "Amores Perros", "21 grammi" e "Babel", la regia di Alejandro Gonzalez Inarritu torna al cinema con "Biutiful": la passione e la morte di Uxbal, interpretato dal Premio Miglior Attore Javier Bardem.
Inarritu alla prima prova da regista, senza lo sceneggiatore Guglielmo Arriaga, sceglie Barcellona, colmandola di miseria e sofferenza.
Quella di Inarritu è una pellicola saturata e bruciata con una fotografia dai toni freddi e contemporaneamente caramellati.Biutiful è uno sguardo sull'orrore, sul calvario e, nel contempo, uno sguardo bellissimo, è biutiful, così come lo si pronuncia.
Biutiful è un film sporco, molto fisico, a tratti grottesco che conserva la delicatezza dei precedenti film di Inarritu, per questo, forse, non è fino in fondo autentico e ci risparmia il vero ritratto della malattia, non solo a noi spettatori ma anche al protagonista.
Ripropone il tema del ricatto emotivo, presente nelle altre opere, ma stavolta con maturità, senza giochetti spazio-temporali. Inarritu ci regala una storia lineare, concedendo, solo all'inizio, la narrazione a partire dalla sua fine, col dono di un anello, di un ciclo di tempo indefinito seppure rassicurante.
Attore protagonista è Javier Bardem, è il volto e il corpo di Uxbal, uno spacciatore, un delinquente da tre soldi, malato di cancro e morente.
Javier Bardem, protagonista assoluto, in centotrenta minuti con la cinepresa puntata addosso, dimagrisce e costringe lo spettatore a vivere la sua afflizione.
Cosa Inarritu abbia voluto trasmettere con Biutiful è di difficile comprensione. E' lampante l'assenza di Arriaga che lo costringe a esprimere il dolore attraverso simbolismi e succedanei; è notevole l'autocompiacimento che certamente mette in difficoltà lo spettatore. Un uomo malato in un mondo malato e corrotto che non cambia e resta guasto.
Forse Inarritu intravede una redenzione e di fatto Uxbal è un disgraziato che ottiene una grazia, quella di non esser pronto, come tutti, alla morte, ma di morire senza morire davvero.
Biutiful è un film da non perdere: a tratti è irritante e ipoteticamente anche strumentalizzante, ma comporta riflessione non semplice da risolvere. Centotrentacinque minuti di malattia ed infine, una bolla di implosione: la morte non è poi davvero morire. La morte quando bussa alla porta ci rende indispensabili: ci chiede, severa, di fare tutto il possibile per chi invece continuerà a vivere, ci ricorda che l'universo non paga l'affitto, ma ci mette di fronte anche ai debiti che con l'universo abbiamo accumulato.
Non è certo Uxbal a dover essere giudicato.
Forse davvero si dovrebbe vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo? Colmare i vuoti, le lacune, pagare i debiti e ottenere quanto ci siamo sinora negati.
Questo, immediatamente, ci richiede la morte, di vivere sul serio. La beffa è che, per gran parte della nostra vita, rifuggiamo il tempo ed in esso noi stessi, evitiamo quello che invero vorremmo, temiamo la vita e ci presentiamo alla morte impreparati, perché mentre eravamo in vita non abbiamo vissuto.
Forse siamo tutti Uxbal, non solo imperfetti ma anche non perfettibili.
Lo siamo per causa nostra? O siamo davvero costretti ed inerti alle condizioni e alle contingenze?
Uxbal diventa irritante anche a se stesso quando nel redimersi si rende assurdo ed irresponsabile. Potessimo vivere ogni giorno come fosse l'ultimo, come Uxbal, non staremmo certo per compiere qualcosa di assurdo? Qualcosa che probabilmente faremmo solo se ci fosse diagnosticato un cancro ed avessimo un'aspettativa di vita di due mesi? Potremmo essere egoisti ed altruisti, ossimori, sprovveduti e responsabili, buoni incattiviti e, per la prima volta, straordinariamente onesti con gli altri e - in primis - con noi stessi, o forse no, forse mai!
Uxbal ha rinunciato mal volentieri, molto prima di scoprirsi malato, si era travestito da parassita in tempi remoti. Così inizia una corsa col tempo, il suo e quello degli altri, arrancando. Ma il tempo di chi non sta per morire non sa contenerlo.
Chi sta per morire può dare la vita ad alcuni ma al contempo può anche toglierla ad altri. Chi vive accanto a Uxbal, può comprendere questo suo slalom finale? O farne solo le spese? Biutiful è mestizia e fervore verso una fine certa che ci tiene ancora in vita.
Uxbal è una goccia che vuol farsi oceano e riesce a ritrovarsi solo quando vede il volto del padre che non ha mai conosciuto e che, imbalsamato, attende ancora degna sepoltura. Un dramma che tutta Barcellona vive: l'assenza paterna, di redini, di giustizia, un dramma autentico e forse irrisolvibile.
Fonte Foto:obsessedwithfilm.com
Sandra Scuderi
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Biutiful, di Alejandro Gonzales Inarritu













