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Teatro Coppola di Catania: il Teatro dei Cittadini

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Teatro Coppola - Teatro dei cittadini

Una ventina di persone tra musicisti, artisti, professionisti nel settore dello spettacolo, hanno occupato il Teatro Coppola sito in via del Vecchio Bastione, 9 - quartiere Civita di Catania per dimostrare che, uno spazio pubblico appartiene alla collettività e, sopratutto, per dar voce ai cittadini e a quell'idea che un luogo, già destinato alla cultura, deve essere funzionale come fucina di idee, luogo di aggregazione sociale e propulsore dal basso di vari artisti e maestranze.

Gli occupanti, sin da subito, non hanno perso tempo per portare avanti le proprie idee, ed iniziare i lavori per il suo recupero.

Il teatro apre i battenti il 19 giugno del 1821 e nel 1830 prende la denominazione di teatro comunale che manterrà fino al 1887 (anno in cui viene chiuso per la prima volta). Nel 1908 viene dedicato al nome del compositore Pietro Antonio Coppola. 

Nei decenni successivi, il comune lo dà in gestione al "Circolo Filodrammatico Artistico" che ne fa un baluardo del teatro sperimentale catanese. Con l'inizio della seconda guerra mondiale viene chiuso per la seconda volta, fino al giorno in cui viene semi distrutto dalle bombe del fronte alleato.

Negli anni sessanta si parlò di ricostruzione, ma non venne fatto nulla di concreto e, dopo l'ultimo progetto targato 2005, i lavori sono stati interrotti ed il cantiere lasciato in malora.

Tra un colpo di cazzuola, una martellata su un dito ed un comunicato stampa, questo arsenale d'intenti va potente e deciso come una locomotiva, procedendo sia nei lavori di restauro che nella stesura di un programma di eventi volto all'autofinanziamento per la ricostruzione del teatro.

Ad un mese o poco più dalla liberazione Oggimedia ne parla con Serena Barone, addetto ufficio stampa del Teatro Coppola.

Puoi chiarirci uno dei punti fondamentali di questa dimostranza? Perché si sottolinea "liberazione", invece di "occupazione"?

«Perché “occupazione” ha acquisito una connotazione di proprietà, si passa dalla proprietà comunale di uno spazio ad una proprietà, che è quasi privata. Negli ultimi vent'anni ci si è trincerati negli spazi occupati. L'idea di fondo che si vorrebbe far passare è che questo spazio non è di chi lo ha occupato, ma appartiene di diritto alla popolazione, che deve prendersene cura per restituirlo alla comunità stessa, in questo senso “liberato”. Per questo si è deciso che il movimento d'occupazione fosse un comitato, l'espressione giuridica più idonea a questo tipo di iniziative perché più aperta: chiunque può entrare a far parte del comitato».

Ritieni che la liberazione del teatro Coppola sia seminale, affinché si ripetano simili atti?

«Assolutamente sì. Il Teatro Valle Occupato ne è l'emblema. C'è un disagio fortissimo che è diffuso in tutta la nazione e che può trovare sfogo, e soprattutto voce, solo attraverso atti di forza come quello dell'occupazione. La necessità di fare rete diventa propulsione per le realtà che non hanno ancora la forza di esplodere».

Uno dei tanti comunicati stampa sul web del teatro, afferma che si vuol essere fuori logiche di partito, fuori logiche politiche, essere individui e liberi in una prospettiva orizzontale di partecipazione collettiva. Quale volontà, ben precisa, c'è dietro queste espressioni?

«Non fuori logiche politiche, ma partitiche. La nostra azione è chiaramente politica nel senso etimologico del termine: i cittadini si occupano dell'amministrazione della cosa pubblica. Vogliamo dimostrare che esiste un altro modo di gestire la cultura che sia orizzontale e parta dal basso; i partiti si sono ormai dimostrati fallimentari in questo. La maggior parte degli spazi concessi dalle amministrazioni comunali, sempre secondo logiche clientelari, sono, di fatto, gestiti dai partiti e, anche quando la gestione pare essere più “illuminata”, si è, in realtà, vittime del giogo dei finanziamenti pubblici, che condizionano persino la programmazione degli spettacoli. Quando rivendichiamo il diritto di riappropriarci di un bene comune è chiaramente un modo per mettere in discussione la gestione della proprietà pubblica (nel senso di Stato) che versa in totale stato di abbandono a causa delle caste partitiche di ogni colore».

A proposito di politica. L'intervento-reading di Nino Romeo e Mariagrazia Maniscalco nello spettacolo post-assemblea di giorno diciotto dicembre, parlava di Proudhon, del suo socialismo utopistico e del concetto cardine de "La proprietà è un furto". Quanto vi rivedete in queste parole ed espressioni? Le condividete?

«Proudhon era contrario alle sovvenzioni dello Stato, credeva che la gestione della cosa pubblica dovesse avvenire da parte di libere associazioni autorganizzate di cittadini e lavoratori guidati dal loro senso di responsabilità. La proprietà è un furto nella misura in cui la pubblica proprietà è sottomessa al volere dei partiti, che la usano per rispondere ai loro bisogni, ai loro interessi e per ricambiare favori. Direi che non ci sta proprio antipatico Proudhon...»

C'è un bellissimo e forte filo conduttore che lega il teatro Coppola a Catania, il teatro Valle Occupato e la sala Arrigoni a Roma e il teatro Marinoni di Venezia, tutte esperienze comuni che vogliono liberare la cultura verso quella destinazione appropriata che sono i cittadini e la collettività, al dispetto di chi in questi ultimi anni lo ha negato o lo ha fatto diventare un affare ai fini di lucro o un motivo banale per far cassa. Cosa ne pensi di queste esperienze? Il bellissimo e forte filo conduttore potrà rimanere tale per lungo tempo?

«Stiamo lavorando tutti per ottenere lo stesso risultato e rivendicare gli stessi diritti, per cui non possiamo non appoggiare queste esperienze. Finché le finalità rimarranno le stesse, il filo non si interromperà».

Il vicinato del quartiere Civita, dove è situato il teatro, come ha accolto la liberazione del teatro?

«Questa è stata una delle sorprese più grandi. Era la nostra incognita più preoccupante, invece il quartiere ha subito capito che non eravamo un gruppo di scalmanati che voleva occupare il posto per farci le sue feste, ma semplicemente per far rivivere un luogo abbandonato. Ci hanno subito dimostrato solidarietà, ci hanno aiutato con donazioni di materiali e anche di testimonianze storiche del luogo».

Tra le attività future del teatro ci sarà spazio per attività formative rivolte ad un pubblico più o meno vasto?

«Sì, certamente. Sarà  un luogo della sperimentazione. Si organizzeranno laboratori e corsi di formazione artistica e professionale. Diventerà luogo di produzione: dalla scrittura alla messa in scena di uno spettacolo teatrale. Ovviamente, si rivolgerà a chiunque sarà interessato».

C'è un "metodo" o una logica precisa dietro le attività che state pian piano organizzando?

«In questo momento stiamo dando spazio a tutti quelli che manifestano la loro disponibilità. Le proposte arrivano continuamente, e, a volte, non riusciamo a soddisfarle tutte, per cui pensavamo di organizzare delle serate flusso con due o tre spettacoli a sera, magari di mezz'ora l'uno per dare spazio a tutti. Altrimenti rischiamo di non riuscire nei nostri intenti, farlo diventare un libero teatro dei cittadini. Dal nostro canto, gli spettacoli ogni sera rispondono all'esigenza di trovare fondi, attraverso la sottoscrizione volontaria, per ricostruire il teatro».

Fonte Foto:sicilialibertaria.it

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Paolo Finocchiaro