L'alluvione di Genova raccontata alla redazione di Oggimedia da una giovane catanese, Giulia Iannello, che oggi vive nella città ligure.
Il 4 novembre Genova è stata colpita da una violenta alluvione, la cui intensità ha condotto all'esondazione del torrente Bisagno, che ha causato vittime e numerosi danni. Ad una settimana dalla tragedia, la redazione di Oggimedia ha incontrato Giulia Iannello, giovane catanese che da qualche anno vive nella città ligure, alla quale abbiamo rivolto qualche domanda.
Dove ti trovavi quando l'acqua, mista a fango e detriti, ha travolto le vie di Genova?
«La mattina di venerdì ero a casa mia, ma sono uscita dopo pranzo, e dopo aver sentito la notizia di una persona morta. Una volta arrivata al centro storico, ho capito che stava succedendo qualcosa perché il mio cellulare continuava a ricevere messaggi di persone che volevano assicurarsi che stessi bene».
Cosa hai pensato in quei momenti?
«Essendo sicura di non correre pericolo, il mio pensiero è andato alla mia famiglia e alle tante persone che si stavano preoccupando per me. Volevo rassicurarle e poter comunicare con loro, ma non è stato facile, perché non si riusciva a telefonare. Di sera la doccia fredda è stata vedere le immagini dei telegiornali, e guardare i social networks pieni di foto e video agghiaccianti».
In che condizioni si trova la città ad una settimana dal disastro?
«Genova è una città sviluppata per lunghezza: ci sono zone non toccate dall'alluvione, altre letteralmente stravolte (come il quartiere di Marassi), ma anche queste ultime sono tornate rapidamente alla normalità grazie allo straordinario lavoro di forze dell'ordine, protezione civile e volontari. Alcuni esercizi commerciali hanno riaperto, altri hanno svenduto la merce all'alluvionata, altri ancora sono impegnati in lunghe operazioni di pulizia. Le carcasse di auto distrutte e i cassonetti straripanti di mobili e oggetti ormai rovinati popolano ancora i bordi delle strade, come a ricordarci che qualcosa è andato perso per sempre».
Come stanno reagendo i genovesi?
«La Superba, appellativo non casuale, è ferita ma non è morta, i suoi abitanti sono orgogliosi ma stanno lavorando a pieno ritmo per ricostruire. Ho visto molta commozione per strada, gente comune che cerca in tutti i modi di ringraziarti: per fortuna solo una minoranza abusa della buona volontà dei volontari, o si disinteressa completamente alla cosa perché non toccata. Io non sono genovese ma questa non credo sia una buona giustificazione per stare a casa: i più forti e i meno danneggiati da questa tragedia devono aiutare i più deboli, e le vittime».
Tu sei una dei tantissimi ragazzi comuni che ha dato la sua disponibilità per dare una mano, per stare accanto a chi ha bisogno di aiuto, per ripulire la città dal fango. Raccontaci di questi giovani, di questa “Italia bella, l'Italia che vale”, molto spesso offuscata e non mostrata dai media.
«I volontari sono ragazzi comuni, studenti universitari e lavoratori che vengono a spalare nel loro giorno libero, sono genovesi e non solo, prevalentemente hanno dai 18 ai 40 anni. Si mettono a completa disposizione della Protezione Civile e dei privati che non hanno la forza di ripulire i loro scantinati o i loro esercizi commerciali, partono armati di pala e “cuffa”, i catini dove raccogliere il fango e i detriti. Si muovono in base alla necessità del momento, magari ci si da un appuntamento attraverso la rete (particolarmente utilizzato è il canale di Facebook e la pagina “Angeli con fango sulle magliette”), ma si finisce con l'andare in giro ad aiutare chi da solo non ce la fa. Si inizia presto la mattina, si fa una veloce pausa pranzo e si continua nel pomeriggio, fino a quando le forze lo consentono. Non so se è questa l'Italia più bella, di sicuro è un'Italia che si rimbocca le maniche e non si lascia vincere dagli eventi».
Si parla di “tragedia annunciata”. Qual'è il tuo pensiero a tal riguardo? Credi che si possano individuare dei colpevoli?
«Non si poteva prevedere la furia che ha investito la città, o almeno non che fosse di tale portata, fanno però rabbia alcune cose: le scuole venerdì erano aperte e si lavorava regolarmente, così la gente non aveva la percezione di un reale pericolo. Ci sono stati degli atteggiamenti dell'amministrazione locale poco efficaci, ma dall'altro canto le persone in strada – nel vedere l'onda che si avvicinava – non hanno adottato misure preventive di base, come salire ai piani alti».
Essendo stata in mezzo alla persone che hanno vissuto da vicino il dramma, avverti in loro la paura di essere dimenticati entro pochi mesi dalle autorità, e di tutte le promesse fatte, così come per esempio è accaduto per gli abitanti di Giampilieri(ME)?
«La gente colpita dall'alluvione a Genova è estremamente dignitosa: sa che una parte della sua vita è perduta per sempre e non si fa illusioni; pretende però il riconoscimento, da parte delle Autorità, delle responsabilità per ciò che è accaduto. Per gli abitanti di Giampilieri è una cosa ben diversa, e la paura d'essere dimenticati è legittima: l'alluvione di un paesino siciliano è una notizia di minore impatto rispetto all'alluvione di una delle maggiori città del Nord Italia, senza contare che le risorse economiche e umane a disposizione di Genova sono nettamente superiori. I genovesi non hanno paura di essere dimenticati: la loro paura più grande è il futuro, che non si preannuncia roseo».
C'è un messaggio che vuoi dare alle istituzioni o agli italiani?
«Di smetterla con le giustificazioni: non limitiamoci a dare la colpa al cambiamento climatico o, ancora più ingenuamente, alla “mano distruttrice dell'uomo”. Investiamo nella cultura della prevenzione, comprendiamo attraverso gli esperti di geologia e urbanistica quali sono i problemi delle città in cui viviamo, e mettiamole in sicurezza prima che sia troppo tardi. Questo è il nostro paese, e ci sta letteralmente crollando sotto i piedi».
Ringraziamo Giulia per la sua disponibilità, gentilezza, e per le sue toccanti parole.
La redazione di Oggimedia esprime il suo cordoglio per le vittime dell'alluvione, ed è solidale e vicina a tutti i genovesi.
Fonte foto: www.facebook.com
Manuela Scuderi
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