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Palermo "ricorda" Falcone? 19° Anniversario della Strage di Capaci

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Era il 23 maggio di 19 anni fa quando sull'autostrada A29, nei pressi dello svicolo di Capaci a pochi chilometri da Palermo, il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, furono barbaramente assassinati da Cosa Nostra. Cinquecento chili di tritolo vennero collocati in una galleria scavata sotto l'autostrada e al momento del passaggio dell'auto blindata del magistrato Giovanni Falcone, venne premuto il pulsante del telecomando che azionava a distanza l'ordigno esplosivo. Furono almeno cinque gli uomini mafiosi, tra cui Giovanni Brusca e Pietro Rampulla, ad eseguire materialmente gli omicidi.

La strage di Capaci e quella di via D'Amelio, avvenuta il 19 luglio dello stesso anno, in cui persero la vita il magistrato Borsellino e la sua scorta, scossero fortemente l'opinione pubblica e rappresentarono così un momento fondamentale per consolidare la lotta alla mafia con il conseguente moltiplicarsi di pentiti e la cattura di diversi boss mafiosi. Durante le diverse manifestazioni organizzate a Palermo per la commemorazione della strage di Capaci, Oggimedia incontra Francesco Citarda, Presidente dell'Associazione Movimento degli Universitari di Palermo, per ascoltare le sensazioni e le considerazioni legate a questa particolare giornata.

I giovani siciliani, in particolare i giovani palermitani, nonostante siano trascorsi 19 anni e tanti di loro non c'erano e non hanno vissuto la realtà di quei tragici momenti, con quale animo partecipano alle manifestazioni per la commemorazione della strage di Capaci?

«Vorrei parlare dei giovani siciliani e in particolare dei giovani palermitani partendo dall'analisi quantitativa e qualitativa delle presenze alla manifestazione di ieri in ricordo di Giovanni Falcone. Alla manifestazione, purtroppo, la partecipazione dei giovani siciliani e palermitani, tranne che per gli studenti veicolati dai vari progetti scolastici, è stata veramente scarsa; quei pochi giovani comunque presenti erano ragazzi che militano in associazioni e partiti quindi particolarmente sensibili alle tematiche dell'antimafia. Ho fatto questa premessa per affermare che nei giovani il ricordo e la memoria del "sacrificio" di Falcone e di tutte le altre vittime della mafia si fa sempre più labile. Purtroppo, la nostra terra è molto emozionale; ricordo ancora la partecipazione di massa dopo la strage di Capaci. Oggi, purtroppo, a distanza di 19 anni, quell'evento è sempre più lontano nel ricordo e nella memoria della nostra società. La nota positiva è che, comunque, i giovani che partecipano alla manifestazione hanno messo in risalto una piena consapevolezza della negatività della mafia chiedendo all'unisono un riscatto ed un'emancipazione dal fenomeno».

Sebbene le indagini degli inquirenti abbiano portato all'ergastolo diversi boss mafiosi, quanto di mafioso rimane da eliminare?

«Secondo me, la mafia è stata fortemente minata solo in uno dei suoi plurimi aspetti; credo che l'ala militare della mafia sia stata colpita al cuore però la mafia non è fatta solo dei Riina e dei Provenzano ma rappresenta un sistema organico a quella parte dello stato che è sensibile al suo richiamo. La mafia, come ogni fenomeno umano, non è invincibile ma la strada per sconfiggerla è dura e difficile perché deve attraversare il cambio di mentalità collettiva che parta soprattutto dalle scuole e dai luoghi di sapere. I cittadini devono prendere coscienza che operare nella legalità è ciò che più a loro "conviene", di certo molti dei nostri rappresentanti istituzionali ad oggi non incentivano questo processo».

Quanto coraggio è necessario provare per partecipare al problema mafioso e per continuare a lottare contro la mafia?

«Non credo che sia una questione di coraggio; Giovanni Falcone non è morto perché era un giustiziere coraggioso che di notte combatteva il male, ma era solo un uomo delle istituzioni che faceva il proprio dovere. L'antimafia non deve essere fatta di eroi e coraggio ma di simboli e memoria; gli eroi servono solo ad allontanare il problema da se stessi».

"La mafia non è affatto invincibile. È un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha avuto un inizio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine" (Giovanni Falcone). Francesco, è utopia pensare che Cosa Nostra un giorno sarà estirpata dal tessuto sociale?

«Assolutamente no, ancora c'è molto da scavare ci si limita ad arrestare i boss e la manovalanza ma nessuno ancora ha indagato seriamente sui legami della politica con la mafia: vera questione focale della problematica».

La città di Palermo quanto è riconoscente a Giovanni Falcone?

«Giovanni Falcone ha dimostrato ai siciliani che la mafia non è invincibile se solo un uomo dello stato che fa il suo dovere l'ha messa tanto in crisi da doverlo trucidare».

In conclusione, cosa ritieni si possa fare di più incisivo per sconfiggere del tutto Cosa Nostra?

«Ritengo che la mafia sia stata colpita solo nella sua superficie; bisogna andare a fondo e far uscire allo scoperto i suoi legami con la politica e soprattutto con il mondo della finanza. Inoltre, deve cessare l'ipocrisia del nostro governo che da un lato rivendica il titolo di governo più antimafioso della storia e dall'altro propone leggi per citarne una, "lo scudo fiscale" che ha praticamente fatto ripulire a costo zero chissà quanto patrimonio mafioso».

 

"Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere" Giovanni Falcone.

Foto(1):Falcone-Capaci http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcS0260w3Vd4-a66zgjF1tRroY-a6JwiATgXu2NWgOetYE9JU4aGXw

Foto:(2):Francesco Citarda

Melania Costantino