Elena Fava: "Di mio padre porto dentro la sua grande umanità"
5 gennaio 1984 - 5 gennaio 2011. Sono passati ben ventisette anni da quella terribile sera che ha visto la morte, per mano mafiosa, una delle figure più rappresentative della nostra Sicilia; un uomo, un giornalista, un pittore, un romanziere, Giuseppe Fava. Colui che per primo ebbe il coraggio di dire che la mafia fosse viva e vegeta, non solo a Palermo, ma anche a Catania, sinonimo di moderno sviluppo economico: un'immagine che non coincideva con la realtà d'allora.Ed è proprio in questa realtà che Fava inizia a scavare tra le menzogne, inizialmente denunciando semplicemente le difficili condizioni sociali in cui riversava la popolazione, visitando vari luoghi della Sicilia e raccogliendo le sue inchieste e testimonianze nel libro "Processo alla Sicilia".
Più tardi, come direttore del quotidiano Giornale del Sud, di proprietà di un gruppo di imprenditori catanesi, tra cui il cavaliere del lavoro, Giuseppe Recca, dove Fava inizia a mostrare il suo stile forense (si laurea a Catania in Giurisprudenza nel 1947, ndr) e ora sa di poter fare i nomi di chi ha infangato la sua città e accusarli uno per uno.
Dopo un anno di incessante attività, Giuseppe Fava - per tanti solo Pippo - viene licenziato con il pretesto che egli fosse avverso all'installazione di una base missilistica a Comiso: Fava semplicemente svela verità troppo scomode per tanti imprenditori locali e i boss mafiosi ormai padroni del territorio. Fava, allora, fonda un giornale tutto suo, I Siciliani, un mensile che racconta ancora una volta le tante vicissitudini di una terra che sembra non voler cambiare.
Egli non demorde, non si lascia travolgere dagli eventi, tra cui l'assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, mandato in terra sicula per fronteggiare il fenomeno mafioso dopo aver sconfitto il terrorismo in continente. Al contrario, è convinto che sia il momento giusto per far quel tipo di giornalismo investigativo che sappia raccontare chiaramente i fatti alla gente. Fava, proprio come la sua scrittura, è un personaggio dalle tante sfumature, capace di rappresentare la società con la sua penna, i suoi dipinti, e di scrivere un articolo imponente avendo anche un solo misero fatto di cronaca.
Fava sosteneva che bisogna leggere nelle espressioni dei volti degli imputati, degli innocenti, di parlare con loro, cercare di cogliere il dramma umano perché nell'anima di una persona, nella globalità di un essere umano, anche il più negativo, c'è sempre una parte buona e interessante da raccontare. Un direttore carismatico, un maestro premuroso e attento, un padre che insegna a guardare al di là del semplice aspetto umano, come testimonia nell'intervista che segue, la figlia, Elena Fava, presidente della Fondazione Fava costituita nel 2002.
Un'istituzione nata‚ non semplicemente per ricordare la persona di Giuseppe Fava, ma per dar voce ai suoi scritti e al suo credo, “dovete lottare”, sicuramente uno degli insegnamenti che più di ogni altra cosa ci permette di essere liberi e di combattere per la verità.
«Nell'ottobre del 1981, sulle pagine del Giornale del Sud, Giuseppe Fava scriveva: “Io ho un concetto etico del giornalismo. [...] Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, [...] Sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. [...] Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. [...] Un giornalista incapace - per vigliaccheria o calcolo - della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori che avrebbe potuto evitare, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere".
Queste parole scritte il giorno dopo il suo licenziamento dal Giornale del Sud spiegano meglio di ogni altra definizione il suo concetto di vita e il mestiere fatto sempre con la schiena diritta».
Fava giornalista: un uomo attento, appassionato, coraggioso, fedele al suo lavoro. Giuseppe Fava padre e marito? Qual è il ricordo più bello che ha di suo padre e quale l'insegnamento che più le è rimasto immemore?
«Sono tanti i ricordi, come qualunque figlia, che mi porto dentro. Sicuramente ho la memoria della sua allegria, dell'ironia, della sua grande umanità; mi ha insegnato a non offendere mai la dignità dell'uomo, comprendere che dietro ogni violenza ci può essere stato un motivo di ignoranza o povertà».
Agli inizi degli anni '80, Giuseppe Fava lascia la sua amata Catania perché si sente tradito e decide di trasferirsi a Roma. Sono gli anni d'oro della sua carriera, finalmente gode di quella notorietà che ben merita; da una parte la modernità, il dinamismo del cittadino cosmopolita, dall'altra il gusto della cultura e della condizione contadina delle sue origini: come riuscì a far conciliare le due anime tanto diverse?
«Non credo che ci fossero due anime, l'autore di teatro, l'intellettuale a tutto tondo che rappresentava già negli anni ’80, non può prescindere dalle sue origini di cui andava fiero: i genitori insegnanti, il vecchio nonno che era stato anche emigrante in America, il suo paese, gli amici, penso che gli abbiano ispirato molti dei suoi scritti».
I romanzi di Fava, così come le sue inchieste, i suoi articoli e i suoi quadri, hanno un unico obiettivo, ovvero quello di scuotere l'animo dei siciliani, di raccontare loro la verità e far sì che essi possano fermare quella forza schiacciante dei ricchi, dei più potenti e prepotenti. Qual è in assoluto il romanzo che più le è rimasto impresso nella mente e nel cuore, e l'insegnamento da esso ricevuto?
«Non sono mai riuscita ad essere razionale o critica nei confronti dell'opera di mio padre, sicuramente " Passione di Michele" o il testo teatrale " Ultima Violenza " sono i testi che maggiormente colpiscono: Michele, giovane ragazzo costretto ad andare in Germania a lavorare, lontano da casa, rimane una storia di grande attualità. Ultima Violenza, processo finale contro la mafia, denuncia per la prima volta da un palcoscenico le trame e le collusioni che esistono tra mafia, stato e terrorismo».
Nel 2002 nasce la Fondazione Fava che ha appunto lo scopo di mantenere viva la memoria e il coraggio di suo padre: quanto è servita la sua presenza nel nostro territorio per divulgare il senso di giustizia che Fava aveva, e quanti i giovani che si rivolgono a voi per conoscere la figura di uno dei più grandi intellettuali siciliani?
«La Fondazione Fava nasce dopo ripetute richieste fatte a suo tempo all'assessorato dei Beni Culturali di Palermo. La risposta non è stata immediata, ma il desiderio, non solo di mantenere viva la memoria ma di raccogliere e diffondere tutta l'opera di Fava, ci ha spronato a incontrare i giovani, a parlare di legalità, a insegnare, e, come dice Luigi Ciotti, a sporcarsi le mani perché la nostra terra possa diventare bellissima».
Nella speranza che sia stato piacevole il ricordo che abbiamo voluto attribuire a suo padre e proprio in conclusione della nostra intervista le sollevo un'ultima questione: ritiene che la memoria di suo padre sia ancora viva e rispettata, come si dovrebbe, dal popolo ma soprattutto dalle istituzioni o finanche dai colleghi?
«Pensiamo a tutte le vittime di mafia e di terrorismo, ecco questa è la parola sbagliata, noi diciamo vittima e in questa maniera pensiamo di aver dato il giusto contributo di memoria e ricordo: un momento di raccoglimento il giorno dell'anniversario, la faccia melanconica, poi tutto torna come prima. Ho sempre cercato di evitare le comuni definizioni, Giuseppe Fava non era solo un giornalista ammazzato dalla mafia, come gli altri giornalisti siciliani, era soprattutto l'intellettuale che con la forza dei suoi scritti raccontava la verità e faceva pensare. Questa è stata sempre per me la vera pericolosità di Fava non solo per la mafia ma anche per quel mondo d'imprenditori e di politici che oggi, come negli anni '80, continua a governare Catania e la Sicilia. Mi spiego, perché oggi Fava sia conosciuto fuori dalla Sicilia, perché tanti giovani ci cercano, perché molti giornalisti giovani, come voi, abbiano l'esigenza di approfondire e imparare che c'è una maniera diversa di fare informazione».
La redazione di Oggimedia esprime riconoscenza nei confronti di Elena Fava, ringraziandola per quanto di privato e pubblico ha voluto raccontare del grande giornalista Giuseppe Fava, suo padre, ma anche grande esempio di professionalità per tanti.
Fonte foto: (sopra)www.fondazionefava.it
Fonte foto:(sotto)win.alcamo.it
Alessandra Cambria
| < Prec. | Succ. > |
|---|
Elena Fava: "Di mio padre porto dentro la sua grande umanità"













