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Il gabbiano di Torrefiamma: fantasia e riflessioni

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Per chi ama leggere oltre le righe, per chi riesce a leggere ciò che il testo non dichiara apertamente, per chi riesce a scavalcare un simbolismo acuto per trovare il significato intrinseco di una narrazione. "Il gabbiano di Torrefiamma", edito da Gruppo Albatros Il Filo, è un racconto per i lettori più attenti e intuitivi, costituito dalla fluidità di un racconto fatto di simboli. Concetti di un certa levatura vengono sviluppati attraverso personaggi e luoghi pieni di significato.

L'autrice, Silvia Bellia, ci porta sull'Isola di Torrefiamma passando per il Faro di Biblicanto, per regalarci mille avventure che rendono il viaggio di "Clarminia" una ricerca interiore volta alla scoperta dell'equilibrio attraverso la ritrovata voglia di vivere. Un parallelismo tra realtà e fantasia che infonde chiarezza al lettore, il quale, esplorando l'immaginario finemente creato dall'autrice, si ritrova ad immedesimarsi completamente, traendo riflessioni personali che solo una lettura preziosa può donare. "Non potevo deludere la voglia di viaggiare, l'ansia di freschezza, l'entusiasmo così intenso che si era risvegliato, rinunciare alla scoperta, anche se si trattava di una fuga”.

L'isola di Torrefiamma rappresenta il luogo dell'infanzia, che in qualche modo richiama alla mente la tua isola, ovvero la Sicilia, é dunque necessario allontanarsi da esso, esplorare nuove mete, per scoprire se stessi e sentirsi veramente liberi?

«Torrefiamma è un luogo immaginario, il nome contiene la descrizione simbolica; è, insieme, fonte di affetti nobili e alti e causa di sofferenze ingovernabili. La protagonista pronuncia il nome del suo paese d’origine con un’angoscia che non sa dosare, con un amore che brucia e divora la sua coscienza. Credo che il concetto usato da Freud di «unheimlichkeit», il «perturbante», sia adatto a definire questo sentimento: il legame ambiguo con un ambiente familiare ed estraneo, da cui si vorrebbe diventare autonomi. Anche se si tratta di un racconto privo di riferimenti concreti, credo che abitare alle falde di un vulcano mi abbia condizionato nel creare questo «luogo altro». Il mio rapporto con la Sicilia è segnato dal bisogno di fuggire, di abbandonare l’«insularità d’animo» di cui parlano gli scrittori siciliani come Tomasi di Lampedusa. Per me la parola «isola» è strettamente legata all’idea di «infanzia». Si pensi alla metafora dell’«Isola che non c’è», alla solitudine dei bambini, esclusi dal mondo degli adulti. L’isolamento, seppure cercato e voluto, è una prigione, da cui occorre evadere. Bisogna allontanarsi da se stessi per crescere. Come scriveva il poeta siciliano Cattafi: «Abbandona la sabbia siciliana, la musica e il miele /degli Arabi e dei Greci,/ rompi i dolci legami [...] discendi in mare [...] viaggia insieme all’anima/ fredda dei gabbiani». Il viaggio e l’esplorazione sono utili per ripensare l’isola e per riuscire a guardarla con occhi nuovi».           

"Non ero di fronte a una costruzione qualunque, ma a una torre di libri […] era il Faro di Biblicanto […] un punto di riferimento per i viaggiatori smarriti".

Il Faro di Biblicanto rappresenta l'amore per la cultura, la fame del sapere, dove spesso i viaggiatori smarriti amano rifugiarsi. Pensi sia possibile "viaggiare" attraverso la lettura dei  libri per ovviare alla mancanza di reali esperienze?

«Io amo la letteratura d’evasione e spesso mi sono rifugiata nei libri. Scrivere è un modo per dimenticare il reale. Penso che nella nostra società sia utile cercare conforto nella lettura, anche perché spesso i giovani non hanno altri spazi. Esercitare la propria creatività, i propri giudizi, per poter dispiegare queste risorse in altri contesti, al momento giusto; coltivare in segreto degli ideali e dei valori che sembrano dimenticati, aspettando di trovare qualcuno che li condivida, può servire a trovare la forza per andare avanti. Un racconto offre una visione del mondo, una mediazione tra il nostro inconscio e il presente. Ma anche le verità dei libri sono parziali. Il faro di Biblicanto è un luogo incantevole, tuttavia se diventa l’unico riferimento, senza contatti con la realtà, rischia di riproporre la prigionia di una torre. È per questo che la mia protagonista, a un certo punto, sente l’esigenza di mettere alla prova ciò che ha appreso dai libri, di uscire dalla biblioteca, per provare a dare una propria interpretazione della vita».

“I funamboli del mare si spostano di continuo, ma non hanno mete da raggiungere [...] rimaniamo sempre in superficie. Odiamo le complicazioni, i pensieri tortuosi e i dubbi che inquinano lo spirito. La leggerezza è il nostro atteggiamento costante”.

I Funamboli del mare rappresentano coloro che, per paura, scelgono di vivere la vita in modo superficiale, si illudono di riuscire a scacciare le emozioni cosi che nulla possa turbare il loro apparente equilibrio. Cosa ne pensi di questo atteggiamento verso la vita? E' possibile illudersi di vivere senza affrontare veramente se stessi e le realtà della vita?

«I Funamboli del mare sono dei viaggiatori che hanno rinunciato a dare un senso e una destinazione al loro percorso, decidendo di vagare senza meta. Essi hanno deciso di non assegnare un peso alle parole e ai giudizi, di far equivalere «tutto» e «niente». Sono i filosofi del nulla, ma anche i difensori della leggerezza. Rappresentano il fascino e il pericolo dell’auto-alienazione. Sono molto vicini alla realtà dei nostri tempi. Il nichilismo è il segno distintivo dell’epoca in cui viviamo. I giovani respirano tutti i giorni una realtà sfuggente, virtuale, frustrante, davanti a cui negarsi, assentarsi, sembra l’unica, paradossale soluzione per ottenere un’identità. Non condivido questa posizione, ma la comprendo. Penso che sia molto difficile trovare il proprio equilibrio. A volte mancano le risorse per riuscire ad affrontare se stessi».

"Mi hai mostrato che la libertà dipende da noi e non appartiene né al vento né all'acqua. Mi hai salvato da una morte che credevo inevitabile. Tu mi hai insegnato a ricominciare".

Spesso, grazie all'amore delle persone a noi più vicine, riusciamo a ritrovare la motivazione necessaria a poter ricominciare a vivere dopo momenti di sconforto. Lottare ci rende vivi. Ritieni che l'incoraggiamento da parte di chi ci ama possa renderci consapevoli della bellezza della vita?

«La speranza si trova nell’amore. I miei protagonisti si innamorano e scoprono il desiderio di resistere, di opporsi al nulla. Basta un gesto di fiducia per cambiare il loro destino, per dare una svolta alla loro storia, che sembrava bloccata in un dolore senza fine. La bellezza della vita può manifestarsi nella voglia di ricominciare. Si può provare la pienezza dell’esistenza, se si è felici di stare accanto a qualcuno per cui rappresentiamo un dono. Allora ci accorgiamo che la nostra vita è preziosa. Nel mio racconto scrivo che la forma d’amore più autentica è quella che «lega, ma non imprigiona, che brucia, ma promette la vita». Quando non ci sentiamo oppressi, ma scelti, siamo liberi di scegliere a nostra volta. Mi piace molto l’idea di aver creato dei personaggi che si salvano a vicenda, attraverso il sentimento indistruttibile che li lega e che trovano insieme il senso compiuto delle loro ricerche. Forse nella realtà non è così, ma mi piace credere che sia possibile e la scrittura mi aiuta a realizzare ciò che vorrei sperare».

"Non dovete vergognarvi di desiderare la vostra terra, un angolo che vi appartenga nell'intimo del cuore. Ognuno attinga alla sua storia e rifletta sui segni ha ricevuto in sorte".

Il ritorno nella propria terra d'infanzia è necessario per riconciliarsi con il proprio passato, accettare le proprie radici è l'unico modo per rendersi veramente liberi. Pensi sia fondamentale riappacificarsi con il proprio trascorso per poter conoscere realmente se stessi e godere della reale libertà?

«Il ritorno a Torrefiamma è il capitolo conclusivo del racconto. Si svolge in un’atmosfera allucinata, onirica, ricca di ricordi del passato, di risentimenti, di sensi di colpa. Si tratta di prendere in mano un’eredità che si vorrebbe allontanare. Qualcuno mi ha rimproverato di aver descritto una situazione estrema, in cui la riconciliazione si ottiene a un prezzo troppo alto. Ma fin dalle prime pagine ho avvertito i miei lettori: si tratta di una storia che ha «poco rispetto per i limiti». Sono convinta che sia giusto avere atteggiamenti più miti, più distaccati, ma l’equilibrio e la dolcezza si conquistano con fatica. Perdonare, accettare è fondamentale per riappacificarsi con se stessi. Nel mio libro non c’è una protagonista rassegnata, con un punto di vista maturo e morbido, ma una voce interiore giovane, animata da conflitti, che vibra come una fiamma e lotta per dare un significato a ciò che sembra assurdo. È il Gabbiano del titolo a rappresentare, nella mia fantasia, l’ideale di saggezza e di distacco necessario ad affrontare i problemi. Come esprime bene il dipinto dell’artista canadese Paul Wysmyk, che ho scelto come immagine di copertina, il Gabbiano è «The onlooker», lo spettatore delle vicende umane, che «tra cielo e terra si mantiene in volo», insegnando l’arte di uno sguardo equilibrato».

Un ringraziamento all'autrice, Silvia Bellia, per la sua disponibilità dalla redazione di oggimedia.it

Fonte foto: www.deastore.com

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