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Oggimedia intervista Paolo Barnard

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Paolo Barnard, giornalista, scrittore, blogger. Uno dei fondatori di Report, ma adesso fuori da giornali e televisioni, per via delle sue posizioni assolutamente singolari e libere da ogni forma di controllo superiore. Attraverso dieci domande tentiamo di conoscere Paolo Barnard e il suo pensiero.

Prima di tutto cerchiamo di capire chi è Paolo Barnard. Come si descriverebbe a chi sentisse il suo nome per la prima volta? Qual è la sua storia?
«Sono un giornalista con ventisei anni di carriera. Dopo aver scritto per La Gazzetta di Parma, ho lavorato praticamente per tutti i più grandi quotidiani, La Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Messaggero, Il Mattino, Il Manifesto, sempre occupandomi di politica estera. Ho vissuto negli Stati Uniti e in Inghilterra. Nel '94 mi è stata offerta la possibilità di entrare stabilmente nel settore televisivo e, assieme a Milena Gabbanelli ed altri giornalisti ho fondato quello che oggi si chiama Report, che allora però aveva un altro nome. Prima avevo anche fatto una sortita in tv con Santoro facendo alcuni servizi per Samarcanda. Poi sono entrato in rotta di collisione sia con la Gabbanelli che con molte testate, per diverse questioni molto serie. Da quell' allontanamento mi sono concentrato sulla rete, ma mi sono accorto che anche questa sta facendo il suo tremendo gioco di "distrazione di massa" attraverso coloro che chiamo i paladini dell'anti sistema; e allora mi sono concentrato sul mio saggio, e tutt'ora lavoro su quello».

Ecco, a proposito del suo saggio, "Il più grande crimine", definirlo delicato e scomodo sarebbe decisamente riduttivo. Potrebbe, in sostanza, spiegarci di che cosa si tratta e a quali conclusioni arriva?
«Non è facile. Sostanzialmente mi sono imbattuto per puro caso in un gruppo di economisti internazionali di rilievo, accademici, che mi hanno rivelato il probabile disegno egemonico di alcuni gruppi neo-liberali che parte da circa 70 anni. Questi, attraverso un enorme lavoro internazionale di convincimento ed indottrinamento delle classi economiche e politiche, atto a riportare al potere le élites finanziarie internazionali, hanno creato quasi tutte le idee economiche al fine di gestire il mondo del lavoro di noi cittadini comuni, almeno negli ultimi cinquant' anni, imponendo povertà, precarietà, e servizi pubblici sempre all'osso (istruzione, soprattutto). Il tutto non era assolutamente necessario economicamente, cioè non era vero che non c'erano soldi. Era frutto di quest' ideologia per sfruttare questa povertà indotta per accaparrarsi poi le risorse principali. Tutte le sofferenze sociali non sono necessarie e non servivano. Sono solo il frutto di questo grande disegno per favorire le élites finanziarie e basta. Questo enorme crimine finanziario, morale, economico, sociale ancora oggi continua e negli ultimi tempi si è anche esacerbato con l'arrivo dell'euro che sta strangolando ancora di più le società e i lavoratori».

Nel saggio Lei sostiene che è proprio con l'avvento dell'euro che non siamo più degli Stati a moneta sovrana e che quindi non possiamo più creare carta-moneta in modo autonomo e il debito pubblico diventa un grosso problema, impossibile da risolvere. Ma allora cosa cambierebbe se fossimo degli Stati a moneta sovrana? E in quest'ottica, Stati Uniti e Inghilterra non dovrebbero essere avulsi dai problemi di bilancio?
«La differenza fra l'avere una moneta sovrana e il non averne è la differenza che passa fra essere nella savana davanti a un leone ed avere un fucile, o non avere un fucile. Il leone rappresenta il pericolo di queste élites finanziarie che mirano sempre a soggiogare i cittadini per i propri fini. Il fucile che uno ha in mano è la moneta sovrana, quindi lo Stato a moneta sovrana. Gli Stati Uniti e l'Inghilterra hanno ancora il fucile, l'Europa dell'euro non ce l'ha più. Siamo proprio fregati completamente. Negli U.S.A. e in Inghilterra, però, il lavoro delle élites finanziarie ha convinto le classi politiche a non usare il fucile anche se ce l'hanno. Lì è per ragioni ideologiche che non viene usata la moneta sovrana, ma comunque lo strumento ce l'hanno. Noi, invece, non potremo mai usare nessuno strumento».

Cos'è accaduto alla Grecia? Cosa sta accadendo all'Irlanda e al Portogallo?
«La spiegazione della crisi è molto complessa. Si rifà agli anni in cui anche in Europa, sciaguratamente si è fatta la scelta americana di privilegiare gli investimenti finanziari piuttosto che gli investimenti produttivi, pura speculazione finanziaria. Attraverso altri meccanismi, più o meno complessi, si è venuta a creare una sovraesposizione delle banche, soprattutto in Irlanda e in Grecia e si è giunti così a una bolla speculativa enorme. Mediante giochetti finanziari si compravano case e ci si indebitava come non mai e le bolle a un certo punto sono esplose. C'è stato il panico, le banche si sono convinte che tutta questa sovraesposizione era fasulla e gli Stati che si erano maggiormente indebitati (Irlanda e Grecia) sono stati considerati insolventi e in pericolo di bancarotta e sono stati degradati e bocciati dalle pagelle delle agenzie internazionali. E si innesca così un meccanismo a vortice per cui gli Stati che vengono declassati non riescono a trovare soldi per riprendersi».

Secondo Lei dunque, le crisi economiche e finanziarie accadono per caso o vi è un disegno dietro?
«La risposta sta in tutte e due queste opzioni. Perche è vero che c'è stato un utilizzo scellerato dell'economia, ma è anche vero che è stato incoraggiato ad hoc dagli speculatori finanziari per far sì poi che gli Stati si trovassero nelle condizioni di bancarotta e quindi costretti, per il beneficio delle grandi élites industriali e finanziarie, a distruggere gli stati sociali, a tagliare gli stipendi pubblici, a calare il reddito dei cittadini, in modo da far crollare i loro mercati, che vengono acquistati dagli stessi speculatori per due soldi. E in più queste masse di lavoratori impoverite, diventano disponibili a lavorare per stipendi da fame facendo le ricchezze dell'export delle grandi industrie europee. È come se ti facessero correre con la macchina giù per i tornanti di una montagna e ti tolgono i freni. E i modi per togliere i freni sono innanzitutto i grandi trattati europei, Maastricht e Lisbona, nei quali, appositamente, non viene previsto alcun meccanismo di salvaguardia in caso di crisi. L'altro modo è togliere la moneta sovrana impedendo agli Stati di spendere a deficit. Un esempio lampante è il Giappone che ha il debito doppio rispetto a quello della Grecia però non è un paese crocifisso da nessuno. E perché? Perché è un paese a moneta sovrana, e i mercati sanno che i paesi a moneta sovrana si possono salvare senza problemi».

Di fronte a tutto questo quanto è importante la politica nazionale oggi? Serve ancora, secondo Lei, seguire l'andamento dei giochi di potere che avvengono in Parlamento? È lì che si trova il vero potere?
«Sono anni che scrivo di questo. Il grande potere, quello che regola le vite dei cittadini italiani, si trova fuori dall' Italia. Ha i suoi rappresentanti in Italia ma si trova fuori. Oggi circa l'80 per cento delle leggi che passano al Parlamento provengono dalla Commissione Europea. La politica italiana gestisce poca roba. Anche i tagli ai vari servizi, sono cose che provengono dall'esterno, da accordi internazionali».

Cosa risponde a chi la considera uno dei fantasiosi e bizzarri fautori della teoria del complotto?
«È un'accusa buffa, perché io accuso un sacco di gente di essere dei "complottisti" inutili e perditempo. Io detesto i complotti. E se qualcuno mi può indicare dove sta il complottismo in un saggio di 60 pagine con 200 nomi e periodi storici di riferimento, nomi di economisti, nomi di fondazioni, tutti verificabili dal primo all'ultimo, beh... un conto è dire "ci sono gli illuminati", un altro è dire "si chiamano Tizio, Caio e Sempronio, le loro fondazioni si chiamano cosi..sono nati in questi anni.." se uno da le prove, non sono complotti, sono prove, per cui chi dice che sono un teorico del complotto non legge quello che scrivo».

Come vede il futuro dei giovani italiani di oggi?
«La situazione è molto grave e molto seria. Prima di tutto perché, come ho scritto ne Il più Grande Crimine, siamo nel mezzo di un attacco senza precedenti nella storia ai salari europei e al benessere pubblico europeo e i giovani che si affacciano nel mondo del lavoro affronteranno una situazione gravissima, senza precedenti e paragoni. Questo declino, come denuncio nel saggio, è voluto. È preoccupante, inoltre, il fatto che i giovani non ci capiscano proprio niente di questa roba e vanno cosi alla cieca credendo che tutto si risolva combattendo i politici e chiedendo due soldi in più per una "riformina" universitaria o scolastica.
Bisognerebbe innanzitutto divulgare ai giovani di chi è il potere che sta rovinando loro la vita, solo dopo organizzarsi in maniera efficace, compatta ed unificata per instaurare forme di lotta adeguate a combattere questo potere. E di sicuro le manifestazioni o il picchiare la polizia non risolvono nulla».

Cosa consiglierebbe ad un aspirante giornalista italiano?
«Di non fare il giornalista. O di farlo in un altro paese, ad esempio gli Stati Uniti».
La rivedremo mai in televisione?
«No, assolutamente. Ho fatto una scelta di dissidenza molto seria. Per cui nel momento in cui una persona si pone contro il potere, non potrà mai avere visibilità. Credo che chiunque abbia visibilità oggi è un falsario. I veri dissidenti, gli uomini veramente pericolosi per il potere finiscono sempre sepolti, o nel silenzio o sottoterra. Io per adesso sono seppellito nel silenzio, speriamo che non mi seppelliscano sottoterra».

Fonte foto:macrolibrarsi.it

Giovanni Saitta