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"Uomini" che picchiano le donne.

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Spesso due anime si incontrano e si uniscono in dolci e passionali alchimie, altre, invece, vivono nell'amore marcio, violento, persecutorio che, malauguratamente, alimentano le statistiche di violenza sulle donne.
Oggimedia incontra Serena che, purtroppo, è stata protagonista di un amore violento.

Come inizia la tua storia?

«Avevo 18 anni. Un pomeriggio, in un parco, mentre leggevo un libro seduta su una panchina, si avvicina un ragazzo e sedendosi accanto esordisce con un apprezzamento sulle mie scarpine argentate. Dopo qualche minuto si alza e misteriosamente va via».

Eri sola?

«Ero in compagnia di alcune mie amiche. Mi dissero che era un tipo strano, solitario. Il giorno dopo, mentre tornavo a casa, sbuca da dietro un albero facendomi quasi venire un infarto, andai su tutte le furie ma, senza accorgermene, mi ritrovai a parlare con lui».

TI sembrò un tipo strano?

«Ricordo che non lo trovai affatto un ragazzo strano, anzi, mi sembrò un ragazzo sveglio, intelligente e che ci sapeva fare con le ragazze. Cominciò ad incuriosirmi così finimmo con lo scambiarci il numero di telefono.

Era Luca (nome di fantasia), aveva 25 anni e viveva da solo. I primi mesi furono un turbinio di passione, amore  e dolcezze, era come se le nostre anime si fossero fuse in una inspiegabile simbiosi..».

Trascorsi i primi mesi, cosa accadde?
«Un giorno, avendo le chiavi del suo appartamento, entrai per fargli una sorpresa e lo trovai accasciato nel bagno con una siringa conficcata nel braccio. Rimasi pietrificata».

Serena, all'epoca dei fatti eri molto giovane, ma eri al corrente degli effetti dell'eroina?

«Non conoscevo bene gli effetti dell'eroina ma capii subito in che guaio si fosse cacciato! Mi buttai su di lui piangendo e gli strappai la siringa dal braccio. In quell'istante capii di essere veramente legata a lui. Il giorno seguente, parlammo molto e riuscii a convincerlo ad entrare in una comunità; da quel momento iniziò la mia missione che si dimostrò più grande delle mie capacità».

C'è stato un momento in cui hai compreso che la situazione precipitava drasticamente?

«Una sera, chiacchierando di un mio eventuale trasferimento in un'altra città per motivi di studio, mi piantò uno schiaffo in faccia; dal mio naso uscì sangue. Luca, inginocchiato davanti a me, mi implorò di perdonarlo. Non dissi una parola, mi accompagnò a casa e tremante gli dissi che non volevo più vederlo».

Ci furono altri incontri?

«Si, continuammo a vederci. Per i motivi più stupidi nacque una vera e propria guerra di schiaffi e pugni. Cominciai a reagire rispondendo alla violenza con la violenza».

Perché non lo allontasti subito?

«Ero innamorata! Non lo potevo abbandonare! Luca aveva bisogno di aiuto e credevo fermamente nella speranza che un giorno sarebbe guarito»!

I tuoi amici o parenti più prossimi, non si accorsero di nulla?

«Ero ridotta uno straccio e come se non bastasse avevo allontanato tutti. Non riuscivo più a guardare la mia immagine riflessa allo specchio. Erano cosi tanti gli insulti e le botte che spesso, tornando a casa, non facevo più caso ai lividi. Alla mia famiglia iniziai a raccontare una serie infinita di menzogne. Diventai così brava a mentire che credevo alle mie stesse bugie e la Serena di un tempo non esisteva più».

Perché non ti confidasti con qualcuno?

«I miei amici sapevano e volevano aiutarmi ma nonostante ciò continuavo a percorrere quella strada buia da sola. Dopo ogni lite, la violenza psicologica che mi affliggeva mi spinse a dire a me stessa: adesso sono io ad aver bisogno di aiuto, devo allontanarmi da lui».

Eri cosciente della drammatica situazione?

«Per un paio di giorni mi allontanai da lui. Il terzo giorno ricevetti un sms: "aiutami". Mi precipitai a casa sua e lo trovai appeso con una cravatta all'attaccapanni dell'ingresso del suo appartamento. Riuscii a tagliarla e cominciai a percuoterlo. Era vivo! Sembrava incosciente ma quando presi il cellulare per chiamare i soccorsi con un balzo si alzò, prese le chiavi della mia auto e si catapultò per le scale. Lo seguii per salire con lui sulla vettura perché immaginavo che da solo sarebbe stata la sua fine. Lo convinsi a farmi salire su quella maledetta macchina e, dopo un po', si fermò e mi chiese di guidare. Cominciai a distrarlo dicendogli di riposare ma quando si accorse che lo stavo portando in ospedale tirò il freno a mano della macchina in corsa. L'auto volteggiò su se stessa, poi ....un botto!

Mi risvegliai in ospedale, ero tutta un dolore, chiesi di lui, ma nessuno mi dava una risposta, temetti il peggio».

Cosa ti dissero i medici?

«Mi dissero che ero stata fortunata. Qualcuno aveva chiamato i soccorsi perché l'auto su cui viaggiavo da sola, era finita in un burrone. Continuai a ripetere che in macchina non ero sola! Continuavo a delirare, non per paura ma perché Luca era scappato via lasciandomi sola».

Serena, come ti sei sentita in quel momento?

«L'avevo tirato fuori dal tunnel dell'eroina, l'avevo protetto a costo della mia vita, l'avevo amato più di me stessa, mentendo alle persone più care. Senza di lui avrei sofferto un dolore più grande delle botte e degli insulti ma, in quel letto d'ospedale, ripetevo nella mia mente: come ho fatto a non capire nulla e a non vedere niente»!

Lo hai denunciato?

«Si e ho avuto giustizia.

Dopo la mia convalescenza, con la famiglia decidemmo il mio trasferimento e andai a vivere dai miei zii al nord. Rimasi per un paio di anni lontana dai miei genitori, dai miei amici..anni che nessuno potrà più ridarmi. Ancora oggi, porto i segni di quelle violenze e non parlo solo di quelle fisiche ma anche e soprattutto di quelle psicologiche legate agli insulti, ai ricatti.

Ancora oggi, non sopporto quando mi sfiorano il viso anche solo per una carezza e la cosa peggiore è che non riesco più a legarmi a nessuno: quella maledetta avventura mi ha cambiato la vita per sempre!»

Serena, sei stata fortunata, chi ti è stato accanto?

«Sono ancora viva e tutti mi stanno vicino!

Molte donne, che potrebbero essere le vostre sorelle, zie, amiche, vicine di casa, subiscono ogni giorno violenze e potrebbero non avere la stessa fortuna che ho avuto io».

Cosa ti senti di dire a chi, oggi, versa nella tua stessa situazione?

«A tutte le donne che subiscono violenza dico che non si picchia per amore! Che la violenza è sintomo di ignoranza che va combattuta. Non è facile parlarne ma non bisogna avere paura. Parlatene con la famiglia, con le amiche, con gli insegnanti. Non date modo ad "individui" violenti di isolarvi dalla società. Non abituatevi a vivere nella paura! Non siate sole e soprattutto denunciate».

Oggi, da un'indagine ISTAT, il 93% delle violenze che le donne subiscono dal proprio partner non vengono denunciate. Dal 2009, in Italia, e' stato inserito nel codice penale il reato di stalking che punisce con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque minaccia o molesta in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura. Lo stesso codice che punisce i "persecutori" non punisce le torture che, ogni giorno, milioni di donne sono costrette a subire nelle loro case o al di fuori delle mura domestiche. Infatti, in Italia, il codice penale non prevede il reato di tortura e ciò impedisce un'efficace azione per contrastarla.

Per queste ragioni , la redazione di Oggimedia lancia un appello a tutte quelle donne che, non trovando voce per parlarne, si sentono sole.

Uniamoci tutti in coro per urlare: BASTA!

Fonte Foto:comune.sanmauropascoli.fc.it

 Lara Sulfaro