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Sequestro Blow Up, “State sigillando la libertà”

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"State sigillando la libertà". E' la frase che ci accoglie entrando a Piazza Sant'Anna, in pieno centro storico di Palermo. Uno striscione ricopre, infatti, da ormai una settimana, la serranda abbassata del Blow Up. Precisamente da quel 25 ottobre quando, al famoso circolo Arci palermitano punto d'incontro di molti giovani, vengono messi i sigilli. Il fatto ha colpito molte personalità importanti, come Rita Borsellino, che ha appreso con tristezza e preoccupazione la notizia del sequestro del locale, "tra i primi soggetti ad aderire alla campagna di Addiopizzo". «Viene meno uno spazio che da più di dieci anni si è distinto per la promozione della cultura e per le numerose battaglie civili intraprese – ha sostenuto l'europarlamentare Rita Borsellino - Al Blow Up fanno riferimento importanti associazioni come l'Arcigay, che qui porta avanti il suo centro d'ascolto, e Itaca, che è impegnata da tempo nella diffusione della cultura della legalità». Un locale che non è quindi solo musica e intrattenimento.

Le motivazioni alla base di questo sequestro preventivo sono apparse fin da subito poco chiare. Sospetta ingiustizia?
Al fine di fare luce ai fatti accaduti negli ultimi mesi, abbiamo intervistato Manfredi Lombardo, presidente dell'associazione.

Innanzitutto, cosa è accaduto esattamente il 7 maggio 2010?
«Il 7 maggio scorso avevamo organizzato una bicchierata con i nostri ragazzi, in occasione delle elezioni universitarie che si sarebbero svolte pochi giorni dopo. Una serata molto "in famiglia" per intenderci, organizzata dalla mattina alla sera. Avevamo invitato, infatti, solo alcuni soci, tanto che quella sera non avveniva nemmeno somministrazione, ma i ragazzi si erano preparati un po' di litri di sangria. Poco dopo la mezzanotte, arrivano quattro agenti della Polizia di Stato del Commissariato Oreto della sezione Amministrativa, che ci contestano di essere sprovvisti di autorizzazione del Comune di Palermo alla somministrazione per associazioni. Ed è quello che compare nella contestazione del primo verbale. Successivamente ne riceviamo un altro che punta, questa volta, sul fatto di non avere l'autorizzazione della Questura.»
 

E queste autorizzazioni erano necessarie per lo svolgimento della serata?
«No, infatti noi sappiamo bene cosa siamo, e cosa possiamo o non possiamo. La categoria di licenza a cui si riferisce il verbale degli agenti sembrerebbe errata, infatti noi apparteniamo alla categoria E, in quanto circoli confederati ad associazioni nazionali riconosciute. Il Blow Up, invece, è un circolo Arci e l'Arci è una delle associazioni nazionali che possiede un Protocollo d'intesa, grazie al quale noi non siamo sottoposti alla classica licenza per associazioni, ma abbiamo l'obbligo di comunicare con raccomandata l'inizio delle attività al Comune. La suddetta comunicazione da parte nostra avvenne ben 9 anni fa, quando abbiamo aperto. Proprio perché siamo un circolo Arci e, in quanto tale, rispondente all'ultima legge in materia del DPR 235 del 2001. Legge istituita dal governo di allora, di cui noi possiamo fornire prove documentali. In base a ciò, abbiamo diritto ad organizzare varie attività con i nostri tesserati»
 

Ma il controllo dei tesserati, su cui insistono i verbali, avvenne realmente?
«No, ed è proprio questo il nodo della questione. Quella sera, in realtà, non venne fatta nessuna identificazione dei tesserati. La procedura standard consiste nel bloccare l'accesso delle persone al locale e nell'identificare tutti i presenti, comparandoli con l'anagrafe dei soci Arci 2010. Cosa che non avvenne. Dunque, la "storia" del mancato tesseramento è veramente strana, come lo è quella del sequestro preventivo, entrambe prive di fondamento a mio giudizio...»
 

... E, anche nel caso in cui l'avessero avuto un fondamento, la sanzione non avrebbe dovuto essere più "lieve"? Perché addirittura il sequestro? Come si è arrivati fin qui, dopo il controllo di quell'unica sera?
«Capimmo subito, fin da quella sera, che si trattava di un controllo mirato e non di routine, visti gli atteggiamenti abbastanza severi degli agenti. Nonostante avessimo grossissime ragioni dal punto di vista giuridico, decidemmo, quindi, di sospendere le attività e di dedicarci completamente a questa faccenda. Pur sapendo di poter contare su una buona visibilità, reputammo che non fosse il caso di aizzare le folle e peggiorare le cose. Così facemmo ricorso al Comune, alla Questura, al Prefetto, con normative e sentenze alla mano, nel tentativo di ottenere un'udienza, dal momento che non avevamo nulla da nascondere. Anzi avevamo fretta di chiarire tutto e ripartire con le attività. Ma non ricevemmo alcuna risposta, né in senso positivo né in senso negativo. Fino al 27 luglio, giorno in cui ricevetti un nuovo verbale, dove mi veniva intimato di cessare l'attività abusiva, al quale noi opponemmo ricorso. Una vera "via crucis" giudiziaria, legale e amministrativa. Dopo quasi tre mesi di silenzio, solo la settimana scorsa, mi è stato comunicato che lunedì 25 ci avrebbero sequestrato. Entriamo così nel panico, anche perché i nostri fondi di riserva stanno per esaurirsi.»
 

E così siamo arrivati ad oggi. Secondo te, a che cosa può essere dovuto questo "accanimento" proprio nei confronti del Blow Up, che da anni si batte per la legalità e la libera circolazione della cultura?
«Il Blow Up è troppo popolare per il genere di posto che dovrebbe essere, e che di solito sono i circoli Arci. Questo secondo il punto di vista dei "padroni" delle notti palermitane. Probabilmente la nostra maggiore colpa è di essere stati troppo visibili. Per chi gestisce il mondo commerciale dell'intrattenimento, che è un gran business anche a Palermo, sapere che esistono strutture no profit, che sono un punto di riferimento per i giovani, di qualsiasi posizione politica, a prescindere da quella del circolo, fa rabbia. Questo è il secondo sequestro che subiamo, e in entrambi i casi, ci sono arrivate notizie d'influenze verbali. In una città come Palermo, un posto come il Blow Up da fastidio a chi vuole tenere le cose coperte dal silenzio. Suona strano, infatti, che in un centro storico, dove l'illegalità è la regola principale, ci sia quest'attenzione verso un posto che in tutti questi anni non ha mai pagato un euro di pizzo e ha ospitato Emergency e Arcigay. Rendiamoci conto delle contraddizioni di questa città. In ogni angolo sono presenti venditori abusivi e chi fa musica, cultura e aggregazione viene stoppato in questo modo, come il Mikalsa prima di noi».
 

Come avete deciso di reagire a questa drastica decisione?
«Noi non vogliamo criticare i pm che hanno preso queste decisioni, che possono essere definite "d'ufficio", non avendo mai avuto un vero confronto con loro. Tuttavia, vogliamo affermare la nostra posizione e lanciare una campagna di opinione, cercando la solidarietà della gente e soprattutto dei giovani»

Pensi che possa essere d'aiuto la petizione che circola in questi giorni sul web a favore della vostra causa?
«Non bisogna mai spegnere la luce ogni qualvolta accade una sospetta ingiustizia. Un po' di sostegno da parte delle persone non fa mai male, anzi non essere "soli" è fondamentale. Una petizione è l'unico mezzo che la gente, come noi, ha per proteggersi e difendersi. Ci auguriamo così di avere tolti i sigilli, il più presto possibile, anche perché, se questa situazione dovesse perdurare fino a Natale, saremmo costretti a non continuare più.»

A parte la solidarietà di Rita Borsellino, chi altro vi è vicino in questo momento?
«Molte firme qualificate ci appoggiano, da Roy Paci a Carlo Lucarelli. Ma, allo stesso tempo, ho sentito di tutto in giro in queste settimane: che ci hanno sequestrato perché abbiamo avuto problemi fiscali, perché hanno trovato delle "cose", perché eravamo privi di licenza, ecc. Ho sentito dire le cose più assurde, che poi non nascono casualmente. In questa città "martoriare" il proprio "avversario", è da sempre uno degli elementi principali dell'azione di determinati settori della società. Il nostro interesse è quindi quello di diffondere notizie reali e spiegare la verità, quello che è effettivamente successo.»

Che cosa perderebbe Palermo con un'ipotetica chiusura del Blow Up?
«Sicuramente con questa chiusura, Palermo perderebbe una delle cose più vive che il mondo giovanile ha. Questo posto nasce nel 2001, e quest'anno la nostra intenzione era di rilanciarlo con nuove iniziative, con non poche difficoltà visti i 50000 euro annui da coprire per il mantenimento e senza alcun tipo di finanziamento pubblico. In dieci anni il Comune non ci ha mai aiutato a organizzare un concerto. Ci siamo sempre inventati un'autoproduzione e così siamo faticosamente andati avanti. Oggi perdere questo posto significa che da domani fare le cose a Palermo sarà più difficile. È uno scoraggiamento in primis per noi che siamo parte in causa, ma anche per la creatività giovanile e per la volontà di scommettere su questa città. Pensiamo alla tragica situazione occupazionale, formativa e culturale che i giovani palermitani stanno vivendo in questo momento, considerando anche il pericolo, viste le scelte politiche, di veder chiusa l'università. Un'ipotetica chiusura del Blow Up non sarà la cosa più grave del mondo, ma contribuisce comunque alla distruzione delle aspettative.»

Un lato positivo di tutta la vicenda, se può essercene uno?
«L'unica cosa positiva di tutta la vicenda è la grandissima solidarietà che ci arriva dai giovani italiani, definiti spesso da molti sociologi e analisti come asociali, individualisti e disattenti. Penso che questo sia un segnale in controtendenza a questa visione.»

 

Annalaura Barreca e Caterina Dazzo

Fonte foto delle redattrici