La statuetta più ambita del mondo, Oscar, si racconta ad Oggimedia.
Siamo agli sgoccioli: mancano solo pochissimi giorni all'attesissima notte degli Oscar 2011, che si terrà il 27 febbraio presso il Kodak Theatre di Hollywood. Mentre su internet impazzano i pronostici sui possibili vincitori, e le signore fanno le ultime prove vestito per il red carpet, noi di Oggimedia siamo andati alla ricerca dell'uomo... pardon!...volevamo dire della statuetta più ambita del mondo: Oscar.
Sig. Oscar è davvero un piacere poterla incontrare, lei che nel corso degli anni è passato tra le mani di registi, attori, sceneggiatori, musicisti, famosi in tutto il mondo, lei che è stato testimone di grandi vittorie, e brucianti delusioni, vuole raccontarci come nasce il suo mito?
«Beh, devo iniziare con una premessa: quelli che tutti comunemente definite come "premi Oscar", si chiamano in realtà "Academy Award", poichè sono assegnati dall'Academy Motion Picture Arts and Sciences (Accademia dell'Arte e della Tecnica del Cinema). L'associazione fu fondata nel 1927 dal produttore Louis B. Mayer, dal regista Fred Niblo, e dall'attore Conrad Nagel. L'anno successivo alla nascita della fondazione mio padre, Cedric Gibbons, realizzò un mio disegno, che poi passò allo scultore George Stanley, e così nacqui io».
E il nome Oscar, da dove deriva?
«Come molti hanno raccontato, questa mia denominazione popolare deriva dall' esclamazione di una segretaria dell'Academy - credo si chiamasse Margeret Herrick - la quale, nel 1931, disse d'istinto che assomigliavo preciso ad un certo suo zio Oscar. Non ho mai avuto l'onore d'incontrarlo questo zio Oscar!».
Notiamo una punta di sarcasmo in questa sua ultima affermazione, proviamo a rubargli un sorriso. Lei si può definire un uomo d'oro...
«Placcato d'oro: sono fatto di semplice metallo! Durante gli anni della seconda guerra mondiale, il metallo, giacchè serviva per lo sforzo bellico, fu sostituito con il gesso. Fortunatamente a guerra finita l'Accademy rimpiazzò il gesso nuovamante con il metallo. Ci tengo inoltre a precisare che il mio peso si aggira intorno ai quattro chilogrammi, per 35 cm di altezza».
Si ricorda quando furono assegnati i primi Academy Award?
«Certo! Ricordo ancora quella lontana sera del 16 maggio del 1929, alla Blossom Room dell' Hollywood Roosevelt Hotel. Il premio come miglior film fu assegnato ad "Ali (Wings)" di William A. Wellman. Sa, all'epoca la cerimonia non aveva la stessa durata ne spettacolarizzazione di adesso: l'evento durò solo 4 minuti e 22 secondi, e non ebbe alcuna copertura mediatica».
C'è qualche premiazione che ricorda in particolare, che l'è rimasta impressa più delle altre?
«Più che una direi tante, ma in particolare tre: quella del 1938, quando la piccola e deliziosa Shirley Temple, per premiare "Biancaneve e i sette nani", consegnò a Walt Disney una statuetta di dimensioni normali e sette in miniatura. Poi quella del 1970, quando l'attore George Scott rifiutò la statuetta che gli venne attribuita per la sua interpretazione di "Patton", perchè considerava gli Oscar come espressione deteriore dello star system hollywoodiano. Infine, come poter dimenticare la premiazione del 1997 di Roberto Benigni per "La vita è bella": quel piccolo ma grande uomo che si erge sulle poltrone del teatro tra sorrisi e applausi resterà impresso nei miei ricordi».
L'anno scorso la statuetta come miglior regista è andata ad una donna, Kathryn Bigelow: cosa ne pensa della vittoria di questa regista, che nel suo film racconta i 40 giorni in Iraq di unità speciale di artificieri dell'esercito americano?
«Devo essere sincero: è stata una bella emozione anche per me. Non ero mai stato stretto tra le mani di una regista . Molti davano per scontato la vittoria dell'ex marito James Cameron, per il suo "Avatar", ma "The Hurt Locker" ha messo d'accordo tutti: anche le donne sanno parlare di guerra, restando comunque sul filo del drammatico. Sicuramente una grande vittoria sotto tanti punti di vista: da quello personale, a quello più sociale e culturale. E' quello di cui avrebbe bisogno il vostro Paese in questo momento: delle grandi donne che possano essere prese da esempio dalle generazioni future».
Ci conceda un'ultima domanda: chi vincerà quest'anno?
«Molti anni fa l'attore comico Chevy Chase, chiamato per condurre la premiazione, tirò fuori una banconota da mille dollari, all'epoca molto rara, per sapere il nome dei vincitori. I dirigenti mandarono a quel paese il conduttore della trasmissione, che poi ovviamente passò dei guai. La prego di non mettermi nella loro stessa condizione».
Intimoriti da quest'ultima risposta ci congediamo dal signor Oscar, e restiamo in trepidante attesa della notte delle stelle.
Fonte foto: www.ilcinemaniaco.com
Manuela Scuderi
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Oscar: "un uomo" tutto d'un pezzo.













