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Antonio De Curtis si racconta ad Oggimedia

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C'è chi crede nei miracoli, nel paradiso, nell'inferno, nella resurrezione. C'è chi non crede in nulla o che per qualche motivo ha smesso di farlo. C'è poi tra i tanti credenti, qualcuno che di notte, quando gli capita di riuscire a prender sonno, inizia a sognare e a gustare fino in fondo la sensazione che quell'inconscio possa nascondere in fondo qualcosa di vero. Tra quel qualcuno c'è parte di Oggimedia, che ha deciso di raccontare un sogno- intervista avvenuto qualche cielo stellato fa. Protagonista dell'incontro, il celebre Antonio De Curtis, meglio conosciuto come Totò.

... No ... Impossibile! Ma ... è proprio lei? Totò? Antonio De Curtis in persona? Dev'essere un sogno, non può essere vero. Scusi la brutalità, ma lei ormai è morto da tempo...

«E son morto si...! Questo è proprio quello che suole definirsi, per dirla alla Sigmund Freud, una visione onirica».

È incredibile. Speriamo allora che questa improbabile chimera possa durare tanto a lungo da permetterci di fare una bella chiacchierata. Anzi se lei ce lo consente vorremmo proprio farle un'intervista da pubblicare nella nostra testata.

«Ma si... in fondo che abbiamo da perdere. Io soprattutto poi, ho davanti l'eternità. Non so voi ...»

Noi abbiamo a disposizione tutto il tempo che la brama di conoscerla ci concederà per non svegliarci. A meno che non arrivi qualcuno a strapparci le calde coperte di dosso sotto le quali stiamo dormendo e fantasticando.

«Che dire ... vi faccio i miei migliori auguri e ... che Morfeo vi assista».

 Grazie. Beh non perdiamo altro tempo allora. Come dobbiamo chiamarla anzitutto? Antonio o Totò?

«Antonio o Totò è la stessa cosa. Chiamatemi come credete sia più appropriato. Totò era solo una maschera, ma sul set siamo la stessa persona, o meglio lo siamo stati. In altre sedi in genere preferisco mantenere le distanze, ma non posso negare che è grazie a lui se oggi la gente mi ricorda ancora con immutato affetto».

Bene, allora ci permettiamo di chiamarla Antonio, proprio perché è con lei che vogliamo parlare, e non con la sua maschera. Veniamo a noi dunque. Ci racconta come ha iniziato a fare questo mestiere?

«Ho iniziato facendo teatro. A dir la verità bazzicavo in questo mondo recitando nei teatrini vicini al rione dove son nato, ovvero rione sanità. Iniziai questo mio lungo cammino con lo pseudonimo di Clement e guadagnavo una lira e ottanta centesimi al giorno. Poi sia i pareri contrari di mia madre che la guerra, tentarono di allontanarmi da questo mondo. E per un po', ahimè ci riuscirono. Dopo però l'amore per questo mestiere mi riportò a teatro ed in seguito, dopo che tanta acqua passò sotto i ponti, all'interpretazione dei miei film tanto conosciuti».

Come mai lo pseudonimo con il quale era conosciuto in tutti i suoi film, è stato proprio Totò?

«Era un nomignolo con in quale ero sempre stato appellato da mia madre, ed ho voluto mantenerlo. In un certo senso, anche ai tempi del teatro, quando ero ancora un ragazzino, avevo cercato di mantenere quel legame materno. Mi facevo chiamare infatti, come dicevo pocanzi, Clement, per via del cognome di mia madre, Clemente. Cognome che per qualche anno ho portato anch'io».

A proposito di questo. Sui suoi titoli nobiliari si è discusso per anni. Il cammino verso il riconoscimento dei suoi blasoni è stato molto lungo e difficile. Come mai ha dovuto lottare così tanto per ottenerli?

«Io sono figlio di Giuseppe De Curtis, figlio del marchese De Curtis, il quale, quest'ultimo, si oppose con tutte le sue forze all'amore tra mia madre e suo figlio. Dal loro legame nacqui io, ma per molti anni dovetti portare il cognome di mia madre, poiché la loro relazione poté trasformarsi in un matrimonio vero e proprio soltanto alla morte del marchese mio nonno. Da allora il mio cognome fu De Curtis, ma solo nel 1928 furono riconosciuti a pieno i miei titoli. Sicché, nonostante tutti mi conoscano solo come Antonio de Curtis, il mio nome e cognome per esteso era: Antonio Griffo Focas Flavio Angelo, Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, Altezza Imperiale, Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e Illiria, principe di Costantinopoli, di Cicilia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e di Duraz».

Perbacco! Ci scusi ma solo per motivi di spazio ci prenderemo la licenza di non chiamarla ogni volta per esteso. Antonio, tornando al nostro discorso, per quale motivo lei teneva così tanto al riconoscimento di questi titoli? In fondo, blasonati o meno, come ci insegna lei "Signori si nasce, non si diventa"...

«Ed io lo nacqui ... modestamente. Volevo che mi fosse riconosciuto semplicemente ciò che ero. Non sarebbe sicuramente cambiato nulla nella mia vita artistica, ma nel mio privato sarebbe mancata qualcosa. Qualcosa che era mio e che non aveva motivo di non esistere, privandomi delle mie radici».

Visto che prima abbiamo citato una delle sue famosissime massime rimaste nella storia, può illuminarci spiegandoci da cosa nasce la meravigliosa frase, "Siamo uomini o caporali"? E' stata frutto di una delle sue solite improvvisazioni o era semplicemente una frase da copione?

«Effettivamente fu una frase da me inventata quando anch'io come tanti giovani del tempo, fui costretto ad arruolarmi per la guerra. A quei tempi incontrai un caporale dell'esercito molto pieno di sé, oltre che ignorante, che mi costringeva a fare lavori molto duri. Fu proprio da lì che nacque tutto».

Adesso che sappiamo un po' più del suo passato, ci racconti del presente. Dove si trova lei adesso? Chi ci sta leggendo sarà curioso di sapere se questa fantomatica esistenza oltre la vita terrena esista davvero e se lei è tra i fortunati abitanti del paradiso.

«Ricordate che in questo momento altri non sono che solo il frutto della vostra immaginazione e del vostro sonno. Io sono dove merito di stare e dove alla gente piace credere che io sia».

Visto che non vuole svelarci la sua attuale allocazione, ci dica allora cosa ne pensa della comicità dei giorni nostri. È meglio o peggio di quella che ci ha lasciato lei?

«In tanti anni di comicità non ho mai lasciato spazio alla volgarità. Non mi è mai piaciuta e non l'ho mai utilizzata né davanti al mio pubblico né nel mio privato. Al giorno d'oggi invece, ricorrere alle parolacce per far ridere la gente è quasi inevitabile oltre che scontato. Non ne ho un'opinione idilliaca a dire il vero».

Antonio, non siamo certi del tempo che abbiamo ancora a disposizione, ma onde evitare malintesi causati da improvvisi e bruschi risvegli, vorremmo interrompere qui la nostra intervista, nonostante non basterebbero notti intere per farle tutte le domande alle quali vorremmo sottoporla. La redazione di Oggimedia ringrazia infinitamente lei per la sua disponibilità "unica al mondo" e chiunque abbia intercesso affinché questo sogno potesse materializzarsi.

«Di nulla! Io ringrazio voi per avermi dato voce dopo tanti anni di assenza e chi (come voi), dopo tanti anni, non mi ha ancora dimenticato».

Fonte immagine: www.comunicati.net

Roberta Tomaselli