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Brancaccio ieri ed oggi: l'eredità lasciata da don Pino Puglisi

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Il territorio di Brancaccio è situato presso la periferia sud-est del capoluogo siciliano e già il nome sembra evocare qualche luogo oscuro e malvagio; sarà forse la desinenza in -accio che alle nostre orecchie suona come un peggiorativo o forse la radice che sembra rievocare il branco, la caccia.

Se non fosse un quartiere di Palermo, Brancaccio sarebbe di sicuro un comune a sé. Un enclave schiacciata dai palazzoni della nuova residenzialità popolare, stretta tra le borgate di Ciaculli, Settecannoli, Guadagna e Falsomile.

In tutto vi sono ottomila abitanti: un terzo di essi sono persone per bene che credono contro ogni speranza. Un altro terzo è costituito dal popolo degli indifferenti, quelli che vivono nella zona grigia, tra mafia e menefreghismo ed infine, ci sono le famiglie mafiose, che sommandosi al terzo di indifferenti fanno pendere la bilancia di Brancaccio dalla parte della disperazione.

Il 29 settembre del 1990 arriva un sacerdote, con orecchi e mani grandi, capace di lasciare un segno: don Pino Puglisi. Quando padre Puglisi arriva a Brancaccio si trova di fronte ad un quartiere fortemente degradato, privo di strutture socio-sanitarie e ricreative.

Don Puglisi attuò dei cambiamenti: la creazione del centro sociale Padre Nostro, a duecento metri della casa dei fratelli Graviano, i boss della zona, tanto che i magistrati leggono siffatta opera come una sfida lanciata al potere mafioso.

La partecipazione al gruppo di volontari dell'Intercondominio era formato da cittadini onesti che chiedevano la costruzione di un distretto socio-sanitario, vigilanza di quartiere, maggiore legalità ed una pratica religiosa tra un annuncio evangelico ed una promozione umana, dove non c'era spazio per feste patronali gestite dai boss, per costosi giochi d'artifico e l'oro sui simulacri.

Ma l'elemento più importante fu la tutela dei ragazzi e degli adolescenti, arruolati prestissimo dalla criminalità organizzata. Un'iniziativa che don Puglisi attuò fu la creazione di un campo da calcio. Alle prime "partitelle" giocavano solo i ragazzi della parrocchia, ma pian piano si avvicinarono anche quei ragazzi che don Puglisi stava cercando.

Molti riscoprirono le parole "grazie" e "scusa" e cominciarono a parlare principalmente in italiano abbandonando il dialetto, quasi come a voler testimoniare la volontà di uscire dal mondo mafioso.

Padre Puglisi sapeva far coniugare il Vangelo con le vicende della vita reale di ciascuno; aiutava le persone, i giovani principalmente, ad aprire gli occhi, vivendo una fede che sa far alzare la testa, condannando i soprusi ed invocando giustizia.

Una fede che fa male alla chiusura mafiosa, alla mentalità che estirpa la radice di chi ha ancora voglia di lottare. Per questo don Pino è stato ucciso e per questo mille uomini moriranno ancora, perchè la mafia ha paura di chi non ha paura.

Brancaccio ha davvero capito l'insegnamento del parroco o rimane inerme a guardare?

Sarebbe bello poter dire che tutto è cambiato, che la mafia è sparita e che alla fine i buoni hanno vinto sui cattivi. Ma la realtà non è così. Nel giro di pochi anni tutti i suoi collaboratori hanno lasciato la parrocchia di Brancaccio, chi per minacce ricevute, chi per scelta personale.

Nel 1996 l'associazione dell'intercondomio è cessata di esistere.

Continuando in questo elenco si corre il rischio di dire che la morte di don Pino è stata vana è questo non è così. Tanti sono i segni lasciati da don Pino. Il mutuo che gravava sul centro padre Nostro è stato estinto, e il centro esiste ancora, gestito dal nuovo parroco, don Mario Golesano. Il 13 gennaio del 2000, dopo migliaia di promesse da parte dei burocrati e politici, è stata inaugurata la scuola media, intitolata a padre Puglisi.

Brancaccio ha una nuova visibilità. Se padre Pino dovette penare per mesi prima di avere un appuntamento con il prefetto o con il sindaco, adesso gli amministratori ed i mass media hanno una maggiore attenzione per ciò che accade all'interno della comunità.

A Brancaccio, infine, c'è ancora la mafia. I nuovi clan vivono una nuova fase di immersione silenziosa, mescolata tra disperazione e speranza, paura e coraggio, tra chi vive sommerso dalla paura e chi ha ancora voglia di lottare.

L'eredità lasciata da don Pino ha portato, soprattutto tra le nuove generazioni, un bisogno crescente di fare qualcosa per un territorio dove l'immenso patrimonio culturale, artistico, lasciato dalle numerose dominazioni che si sono avvicendate nei secoli, è stato distrutto da questo fenomeno.

Fonte Foto:reginamundi.info

http://www.reginamundi.info/sacerdoti/Don-Pino-Puglisi.jpg

Lorena Motta