Una platea numerosa ha assistito alla Lectio magistralis di Angela Rodicio, la Corrispondente della televisione spagnola Tve, vincitrice della sezione Stampa Estera della settima edizione del Premio Internazionale di Giornalismo Maria Grazia Cutuli, la giornalista catanese inviata del Corriere della Sera e uccisa con altri tre colleghi in Afghanistan, il 19 novembre del 2001.
Dopo i saluti del Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Enrico Iachello, che ha ospitato l'evento nell'Auditorium dell'ex Monastero dei Benedettini, e quelli del Senatore Enzo Bianco, che ha ricordato i momenti tragici di quando, da presidente del Sisde, ricevette la notizia della morte di Maria Grazia, l'inviata dell'importante televisione iberica, ha ricordato Maria Grazia con la voce marcatamente segnata dall'emozione e raccontato la propria esperienza professionale di inviata di guerra.
Una passione sin da bambina, diventata realtà nel lontano 1988, in occasione della "Guerra Imposta", combattuta dal 1980 da Iran ed Iraq, e passata per i grandi conflitti del nostro tempo, compreso quello nella ex Jugoslavia "il battesimo professionale", come lei stessa lo ha definito
«Il Premio che ho ricevuto è speciale – ha sottolineato la Rodicio – perché porta il nome di una persona a me cara. Ho sempre voluto fare la giornalista – ha aggiunto – e penso che il nostro lavoro sia veramente un servizio pubblico e che i cittadini hanno il diritto di essere informati».
Dell'importanza del ruolo dell'inviato di guerra hanno invece parlato i quattro giornalisti rapiti in Libia, vincitori della sezione Stampa Italiana, Claudio Monici, dell'Avvenire, Domenico Quirico, della Stampa, Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina, del Corriere della Sera, incalzati dalle domande del moderatore, Antonio Ferrari, Editorialista del quotidiano di via Solferino.
Giuseppe Sarcina ha parlato del mestiere del giornalista, di un lavoro essenziale, in cui bisogna essere generosi; Domenico Quirico ha invece sottolineato l'importanza dell'inviato speciale "uno che vede, che c'è", mentre di giornalismo italiano "malato" ha parlato Claudio Monici, che ha evidenziato come la professione debba raccontare di tutto il Pianeta e non solo dei posti in cui accade qualcosa, come nel costume nostrano. "Il mondo va indagato" – ha ribadito.
«Se posso cercare un aspetto positivo della vicenda del nostro rapimento – ha concluso Elisabetta Rosaspina – è che noi siamo stati gli unici quattro ad aver visto la caduta di Tripoli dall'altra parte, con chi ha perso».
Fonte Foto:Ufficio Stampa
Ufficio Stampa
Melania Tanteri
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