Il procuratore di Palermo, Antonio Ingroia, è tornato prepotentemente alla ribalta della cronaca nazionale di questi ultimi giorni. L’affare Massimo Ciancimino e gli ultimi sviluppi della sua collaborazione con i magistrati di Palermo, hanno scatenato sul procuratore Ingroia, e sui colleghi che insieme a lui svolgono le indagini su delicatissimi fatti di mafia, le ire degli esponenti del centro-destra.
Il dott. Ingroia sta tenendo una serie di incontri in giro per il paese per promuovere il suo libro dal titolo piuttosto enigmatico, “Il labirinto degli Dei”. Scritto nell’ultimo anno, tra un’indagine e l’altra, questo libro non vuole essere un saggio “didattico” sulla mafia ma, come spiega l’autore nel corso dell’incontro, si tratta di una raccolta di storie, una serie di situazioni vissute durante tutta la sua carriera di magistrato.
Un viaggio lungo quasi 20 anni, da quando, giovane pretore di prima nomina, fu assegnato all’ufficio del magistrato simbolo dell’epoca, Giovanni Falcone, al periodo degli anni delle stragi, fino ai tempi più recenti. Attraversando il confine dalla prima alla seconda repubblica, Ingroia racconta storie di “mafia e antimafia”, attraverso alcuni ricordi personali, le indagini seguite con quello che definisce il suo maestro e a cui il libro è dedicato, Paolo Borsellino. Un Borsellino di cui mostra l’immagine, non solo del magistrato, ma dell’uomo, dell’uomo dal carattere allegro, dal sorriso contagioso, del grande “affabulatore” e del suo ruolo da “chioccia” per quei giovani magistrati che avevano la fortuna di essere assegnati alla procura di Marsala.
Ma perché il “labirinto degli Dei”? Chi sono questi Dei e in quale labirinto ci troviamo?
Il labirinto è il nostro paese, un paese caduto in una profonda corruzione, un paese in cui i ruoli dei buoni e dei cattivi si confondono, in cui le istituzioni sono tutt’altro che trasparenti, un paese in piena emergenza democratica.
Una Repubblica Italiana in emergenza a causa di quelle "Divinità" , o presunte tale, che, ritenendosi al di sopra di qualsiasi legge, si sentono libere da ogni vincolo e padrone di tutto e tutti, facendo perdere noi comuni mortali in quel percorso labirintico tra il bene e il male che è diventata la vita in questo paese.
Molte domande avremmo voluto fare al dott. Ingroia, ma il tempo era poco. A due quesiti che ci frullavano in mente riusciamo però ad avere risposta tra i tanti argomenti toccati durante il l'incontro-dibattito.
Cosa si può rispondere a chi la definisce un magistrato protagonista, una persona che cerca l’esposizione mediatica. Un magistrato dovrebbe, come a molti piacerebbe, applicare la legge e stare zitto?
«Un magistrato è innanzitutto un cittadino, e come qualsiasi cittadino ha diritto di esprimere la propria opinione, cosa costituzionalmente garantita. Io rivendico, in un certo senso, il diritto che poi diventa un dovere di far sapere, nel caso di una riforma della giustizia definita “epocale”, la propria opinione, il proprio punto di vista al legislatore. Come farebbero, del resto, i medici per una riforma della sanità o gli insegnanti per una riforma della scuola. La cosa che fa riflettere è che non si è mai sentita una critica nei confronti di quei magistrati, pochi a dire il vero, che parlano in termini favorevoli su questa riforma. Non c’è nessuna "levata di scudi" contro questi magistrati che parlano, nessuna reazione. La reazione si ha solo per quei magistrati critici nei confronti dell’operato di questa maggioranza. Il tema, secondo me, è il riconoscimento del dissenso. Si avverte, nel paese, un’intolleranza crescente nei confronti del dissenso e questo è sicuramente preoccupante».
Come si può pensare, nello stato in cui si trova la nostra società, di poter uscire da questo labirinto, qual è il percorso giusto da imboccare?
«Partiamo col dire che esiste un vecchio vizio in questo paese, che è quello di fare il tifo per quelli che vengono mandati in avanscoperta nel labirinto, anziché impegnarsi in prima persona. Rimanere fuori dal labirinto, magari dando dei consigli ma tenendosi lontani. La storia ci insegna che così non è, e che bisognerebbe entrare tutti nel labirinto, smettere di tifare per gli uomini che si occupano di legalità ed entrare nel labirinto per impegnarsi in prima persona. È anche una legge di saturazione degli spazi del labirinto, se c’entriamo tutti, alla fine satureremo gli spazi del labirinto e ci sarà uno che alla fine uscirà dall’altra parte e, a catena, si porterà dietro tutti gli altri».
Non possiamo che essere d’accordo.
Foto del redattore
Giuseppe Zappalà
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Catania:Incontro con il procuratore Antonio Ingroia













