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Taormina, il Teatro Antico in 3D per la Turandot di Puccini

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Turandot, l'opera maestosa ma incompiuta di Puccini, oggi nel gergo cinematografico si potrebbe definire un Kolossal. A Taormina, più che in altri teatri del mondo, il regista e scenografo Enrico Castiglione è riuscito nell’ardua impresa di affascinare il pubblico del Teatro Antico (che per le serate del 6 e dell’8 agosto ha fatto registrare il “tutto esaurito”) con proiezioni a effetti tridimensionali sulle colonne e sulle nicchie della monumentale “Arena del sud”, ricostruendo la suggestione dei palazzi e dei templi cinesi con colonne laccate di rosso e tettoie di tegole di ceramica colorata.

La piccola Pechino, con l’Etna alle spalle, è stata “abitata” da un affollatissimo cast di oltre duecento artisti che – come da libretto originale nella versione completata da Franco Alfano sugli abbozzi lasciati dallo stesso Puccini – hanno abilmente eseguito le coreografie di Rita Colosi, seppur creando all’occhio degli spettatori un senso di confusione dato proprio da queste masse umane che si muovevano sul palco, illuminati da luci colorate che hanno fatto rivivere in maniera tridimensionale il mondo dell'antica Cina e l’insieme di sentimenti che quest’opera porta in scena (il potere, la gelosia, il sacrificio). Proprio in virtù di queste emozioni si è facilmente potuto intuire che la performance del tenore argentino Dario Volonté (nei panni di Calaf) non è stata delle migliori. Il cantante, infatti, a un certo punto della serata è stato anche contestato con dei fischi per non aver spinto la propria voce alla giusta potenza che richiede il personaggio e la location all’aperto. Per quanto riguarda l’esibizione della gelida principessa Turandot (interpretata dal soprano Francesca Patané), forse gli applausi del pubblico hanno premiato più la sua beltà fisica che le doti canore. Al contrario, sono state senz’altro meritate le ovazioni nei confronti del Maestro Fabio Mastrangelo e dell’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, le superbe interpretazioni di Ping, Pong e Pang (impersonati rispettivamente da Leonardo Galeazzi, Massimiliano Chiarolla e Aldo Orsolini) e la candida voce del soprano Chiara Taigi nei panni di Liù.

Uno spettacolo che all’alba della sua “prima” puntava a confermare il successo ottenuto negli scorsi anni dalla “Medea”, “Aida”, “Tosca” e “Cavalleria Rusticana” come prova di scelte che premiano il buon gusto del Bel Canto e la proposta di manifestazioni di qualità. Adesso, che Turandot è ormai passato è semplice fare un bilancio complessivo che, grazie anche ai luccicanti costumi di Sonia Cammarata oltre che agli effetti scenografici del regista, si può ben dire che la rappresentazione in definitiva sia guidata da una “buona stella”, magari quell’astro cadente che tra il secondo e il terzo atto ha attirato gli sguardi del pubblico verso il cielo sereno e limpido.

Pasqualina Scuto