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Il lavoro: quello sconosciuto; il precariato nella società moderna

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La parola d'ordine per indicare il lavoro ai giorni nostri è "Precariato". Esiste da sempre ma, mentre nei tempi passati conviveva con il cosiddetto "posto fisso" e rappresentava un'eccezione, adesso è la normalità. Circa il 50% dei ragazzi usciti dalle scuole ha un lavoro "precario", solo 1/3, invece, può pregiarsi di avere un posto a tempo indeterminato; da nord a sud non esiste più una distinzione, i giovani, e anche i meno giovani, sono tutti stretti nella medesima morsa dell'incerto.
Il lavoro diventa come il cibo del supermercato, che comperi con una data di scadenza. Ma ci si chiede: i progetti di vita, l'indipendenza economica dalla famiglia d'origine o i figli possono avere una data di scadenza?

Se il sud da decenni ormai convive con questa realtà, un giovane su tre ha un lavoro a termine, anche la situazione al nord non è proprio florida, nonostante le numerose fabbriche presenti. Anche lì gli imprenditori, piccoli o grandi che siano, iniziano ad utilizzare le forme di contratto precario per le nuove assunzioni.

In Sicilia il precariato si associa anche ad una totale assenza di rispetto del lavoratore in quanto essere umano; molto spesso sentiamo apostrofare: "ma ringrazia il cielo che ce l'hai un lavoro!", come se si dovesse davvero ringraziare qualcuno per avere una fonte di sostentamento che, peraltro, rappresenta, come già ben previsto a suo tempo dai padri della nostra repubblica, il primo articolo della costituzione del nostro paese.

Il lavoro precario si riscontra, soprattutto al sud, nelle "fabbriche" del nostro tempo; i Call Center. Luoghi dove ragazzi, uomini e donne si alternano in turnistiche incredibili per, come si dice in gergo, fare copertura diurna, notturna e nei festivi.

La molteplicità non riguarda solo i giorni lavorativi ma soprattutto i contratti, molti dei quali, conosciuti solo dagli addetti ai lavori.

Potevano i fondatori della nostra costituzione un giorno immaginare che nella nostra società moderna, dopo tanta evoluzione culturale, sociale, sindacale, si potessero offrire ai lavoratori dei contratti di lavoro della durata di una settimana?

Ebbene no!

Crediamo che non avrebbero mai potuto avere una simil fantastica immaginazione!

Una settimana non è sufficiente neanche per imparare il lavoro che si deve svolgere, ma risulta egualmente impossibile, perdonateci la dichiarata ilarità, ricordarsi finanche della strada che si deve percorrere per raggiungere la sede di lavoro; figuriamoci, poi, quali grandiosi miglioramenti economici si potranno ricevere dopo una settimana d'impiego.

All'interno delle "fabbriche" del lavoro, come già detto ad esempio i Call Center, ci sono anche i più fortunati che hanno un contratto, se pur ormai obsoleto, a tempo indeterminato, con il quale possono permettersi finanche il lusso di comprarsi una macchina o addirittura una casa; ma un contratto a tempo indeterminato, nella società moderna, può essere paragonato al posto fisso dei nostri nonni?

La realtà attuale ci permette di obiettare, poichè la stabilità manca proprio alle aziende che aprono e chiudono con estrema facilità e che riducono anche il contratto a tempo indeterminato come qualcosa di poco stabile, con l'aggravante che, credendoci, il lavoratore con un contratto "fisso", o pseudo tale, cerca di mettere in cantiere i propri sogni, famiglia, figli, casa; sogni che ben presto diventano degli incubi che tolgono il sonno, proprio quando il lavoro e i soldi iniziano a vacillare.

Permanendo tale status quo, che futuro avranno le nuove generazioni?

Ai posteri l'ardua sentenza!

Fonte foto:siparte.ilcannocchiale.it

http://siparte.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/57436/lavoro_precario1.jpg

Marianna La Monica