Tokyo 15 Marzo, una megalopoli con tredici milioni di abitanti che diventano il doppio con i pendolari. Sono passati quattro giorni dalla forte scossa che ha portato tanta distruzione. Per le strade i negozi e i ristoranti sono aperti, ma l'atmosfera che si respira è surreale, c'è meno gente ed è silenziosa. All'ora di pranzo, la stazione di Shinagawa si affolla esageratamente: le persone, in file ordinate, cercano di acquistare un biglietto per lo Shinkansen, il treno superveloce che conduce in pochi minuti verso ovest.
Lo spettro della contaminazione da radiazioni proveniente da Fukushima incombe, generando preoccupazione e angoscia. Già nel 1995, il popolo giapponese ha dovuto sopportare il terribile terremoto di Kobe, dimostrando la sua particolare resilienza, la sua nobiltà e forza d'animo. Sedici anni fa la macchina dei soccorsi fallì, la gente si sentì tradita dal Governo e perse fiducia nel sistema edilizio antisismico in cui fino ad allora aveva confidato. Ma, allora come adesso, gli occidentali assistettero ad una straordinaria capacità di perseveranza, stoicismo e ordine.Nella lingua giapponese esistono due parole: la prima è Tatemae, letteralmente "facciata" e indica il comportamento e le opinioni che una persona mostra in pubblico. Tatemae è quello che la società si aspetta dall'individuo e si spiega culturalmente con il fatto che il Giappone è una nazione-isola piuttosto piccola: storicamente per i giapponesi è di vitale importanza cooperare e non entrare in conflitto.
La seconda parola, che non ha quasi una corrispondenza in italiano, è Ganam e significa grossomodo "sopportare un periodo di grandi difficoltà".
Lo stoicismo fa parte della lingua di tutti i giorni. Una delle espressioni più comuni è shikata ga nai (non ci si può fare niente). E spesso la gente si scambia frasi come ganbatte kudasai (sii forte, resisti).
Chi ha vissuto in Giappone sa che lo stoicismo permea la vita dei giapponesi e che l'organizzazione comune e la preparazione sono degli strumenti che non serviranno a sconfiggere la natura e la sua furia ma, piuttosto, per celebrare la cultura collettiva.
E' stato grazie al senso di ganam che il Giappone s'è ripreso nel dopoguerra, persino dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki ed è riuscito a sopravvivere alla recessione del cosiddetto "decennio perduto" degli anni novanta.
Inoltre, la solidarietà fa parte del tessuto sociale ed è a questa che i giapponesi attingono dopo un disastro naturale o una crisi.
A lungo termine si faranno di certo sentire effetti psicologici e culturali. Un Giappone sfiduciato e consapevole della propria vulnerabilità potrebbe ripiegarsi su stesso e andare verso il cosiddetto "effetto Galapagos": abbandonare obiettivi industriali ed economici internazionali e globalizzati e diventare sempre più insulare e remoto. Oppure, dopo questa catastrofe, i giapponesi potrebbero, in nome di un senso comune di appartenenza, stringersi attorno all'obiettivo di ricostruire la nazione e far arrivare la politica - che negli ultimi quattro anni è stata disfunzionale e ha visto cambiare quattro primi ministri - ad un accordo temporaneo per rilanciare l'economia e il paese.
Il Giappone oggi emette il suo urlo, atterrito, silenzioso ma composto.
Il mondo intero auspica che, ancora una volta, il Giappone saprà dimostrare, nobilmente, di sapersi rialzare con dignità.
Raffaella Arena
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Tatemae e ganam: la pacifica resilienza del popolo giapponese













