Dal momento in cui i mercati di Wall Street hanno dichiarato l’inizio della crisi finanziaria il mondo non si è più ripreso del tutto. Dal 2008 la quasi totalità dei settori dell’economia mondiale ha dovuto drasticamente ridimensionare il proprio budget, i propri obiettivi e, soprattutto, licenziare i propri dipendenti.
I lavoratori a tempo determinato sono stati sicuramente i più esposti ed i più colpiti dai vari tagli delle aziende, ma l’aspetto significativo sta nel fatto che, spesso, anche gli impiegati che godevano di contratti a tempo indeterminato si sono sentiti dire di raccogliere i propri effetti e di lasciare l’ufficio per il quale lavoravano da vent’anni.
Dopo più di due anni dallo scoppio di quella crisi il mondo si trova in una situazione migliore ma non certo buona. Se è vero che alcuni settori stanno dimostrando di essere entrati in una fase di ripresa, la maggior parte dei produttori e dei lavoratori stanno ancora vivendo i terribili effetti di un “crack” che sembra non ricomporsi più.
In Italia più del 76 per cento delle spese destinate al servizio sociale sono state tagliate solo per quest’anno. Inoltre, il fondo nazionale per le politiche sociali è stato ridotto dai circa 900 milioni di euro di tre anni fa ai 275 del 2011.
Sempre in ambito di welfare, il fondo per le famiglie è sceso vertiginosamente dai 185 milioni dell’anno scorso a poco più di 50 al giorno d’oggi.
Senza prendere in considerazione tutti gli altri tagli attuati in questo campo, come quelli sul servizio civile o sul fondo per la non autosufficienza, è facile e doveroso rendersi conto di quanto stiano soffrendo i servizi sociali italiani da un anno a questa parte.
Le testimonianze di ormai ex lavoratori e di disoccupati “cronici” danno un’ulteriore idea di come ancora, almeno in Italia, la crisi non è stata superata, ma che, anzi, in alcuni settori potrebbe anche acuirsi.
Alla luce di questo scenario, tutt’altro che incoraggiante, risulta quasi incredibile l’idea che ci sia, invece, un settore che la crisi non l’ha neanche conosciuta e che rappresenta sostanzialmente l’unica industria in netta crescita. Secondo i dati del Sipri (Stockholm International peace research institute) il settore delle armi è stato, infatti, il solo che nel 2009, anno più duro della crisi, ha visto il proprio fatturato aumentare di oltre l’8 per cento, arrivando a più di 400 miliardi di dollari.
I principali protagonisti del mercato bellico sono le grandi aziende statunitensi ed europee. Le prime detengono il 45 per cento del mercato, le altre circa il 30 per cento.
Dando un’occhiata alla classifica redatta dal Sipri, il lettore italiano potrà sorprendentemente accorgersi che tra i primi otto produttori di armi nel mondo rientra anche l’Italia, con Finmeccanica, che registra un fatturato di oltre 13 miliardi dollari con quasi 80 mila dipendenti. Un benessere economico che fa invidia a qualunque azienda italiana.
Dai dati analizzati sembrerebbe che nel 2011 il mondo abbia maggior bisogno di uno scudo spaziale o di un caccia ultra tecnologico piuttosto che di assistenza e previdenza sociale.
Evidentemente le cose non stanno così, ma altrettanto evidentemente il mercato dimostra quanto grotteschi possono rivelarsi i risultati che questo stesso produce.
Di fronte a queste distorsioni economiche sarebbe il caso di chiedersi se i governi di oggi siano ancora al corrente delle necessità dei governati.
Fonte foto: fly in the sky
Giovanni Saitta
| < Prec. | Succ. > |
|---|
Armi: la crisi che non c'è













