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Uccisa e sciolta nell'acido

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Scoperta la tragica fine di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia scomparsa nel 2009

Era la notte del 24 novembre 2009, quando di Lea Garofalo non si ebbero più notizie. A denunciare la scomparsa fu l'ex compagno della donna, Carlo Cosco, il quale, insieme alla loro figlia, aveva aspettato invano alla stazione di Milano l'arrivo della donna che avrebbe dovuto prendere il treno per ritornare in Calabria.

Che fine ha fatto Lea? Uccisa dalla 'ndrangheta perché era diventata collaboratrice di giustizia? Oppure nascosta in un luogo sicuro?

Interrogativi che solo adesso, a distanza di quasi un anno, hanno trovato una risposta. Lea Garofalo è stata uccisa e poi sciolta nell'acido in un terreno vicino Monza, come in una vera esecuzione di stampo mafioso. Questo è quanto emerge dall'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Milano, Giuseppe Gennari, su richiesta del procuratore aggiunto Alberto Nobile e dai Pm Marcello Tatangelo e Letizia Mannella. Tra i sei provvedimenti che hanno coinvolto tre regioni italiane (Lombardia, Calabria e Molise), due sono stati notificati in cella a Carlo Cosco, l'ex convivente, e Massimo Sabatino. Entrambi arrestati nel febbraio scorso per un precedente tentativo di sequestro nei confronti della donna, avvenuto nel 2006 a Campobasso (città in cui si era trasferita dopo essere diventata collaboratrice di giustizia).

Tra gli arrestati anche i due fratelli di Cosco, Giuseppe detto "Smith" e Vito detto "Sergio" e altre due persone accusate di essersi occupati del rapimento della Garofalo.

Dall'indagine è emerso che l'ex compagno aveva progettato un vero e proprio piano per attirare la donna a Milano, città in cui lui viveva, e successivamente farla fuori, distruggendo il cadavere con lo scopo di simulare la scomparsa volontaria. Scatta così l'accusa di omicidio con l'aggravante della premeditazione.

Lea Garofalo portava un cognome troppo importante nel mondo della criminalità organizzata. Tante volte nella sua vita era stata costretta ad indossare il lutto per omicidi di 'ndrangheta, ma dopo una lunga serie di lutti che avevano colpito la sua famiglia, aveva deciso di collaborare con la Dda di Catanzaro. Fin da subito venne inserita nel programma di protezione dei collaboratori di giustizia, ma successivamente la commissione ministeriale revocò la concessione alla donna e alla figlia minorenne.

Se questa revoca non fosse mai avvenuta? Se Lea avesse avuto quella protezione che le spettava di diritto, probabilmente sarebbe andato tutto diversamente. E' troppo tardi ormai per recriminare errori passati. Si sa, anche la giustizia può commettere sbagli, ma la 'ndrangheta difficilmente perdona.

Annalaura Barreca

fonte foto: adnkronos.com