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Amnesty International dice stop alla pena di morte!

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 Nell'ottava giornata mondiale contro la pena di morte, il caso degli Usa al centro del dibattito.

 

Sono passati ormai otto anni da quando, nel 2003, la Coalizione mondiale contro la pena di morte (World Coalition against the death penalty, WCADP), formata da 105 organizzazioni per i diritti umani, tra cui associazioni legali, sindacati, autorità locali e regionali, di cui Amnesty International è membro fondatore, ha istituito la Giornata mondiale contro la pena di morte.

In particolare, la giornata del 10 ottobre 2010, che ha visto il celebrarsi di diversi appuntamenti anche Italia, da Milano a Roma, si è rivolta, nello specifico, al caso degli Stati Uniti d'America, che Amnesty intende sollecitare più di tutti gli altri Stati americani, poiché nel 2009 è stato l'unico ad aver eseguito condanne a morte.

Fino ad una trentina di anni fa, circa la metà dei Paesi del mondo prevedeva la pena capitale nel sistema giuridico. Gli Stati abolizionisti erano appena 16, quando, nel 1977, Amnesty International partecipò alla Conferenza internazionale sulla pena di morte a Stoccolma. Ma, nello stesso anno, dopo dieci di sospensione della tremenda pratica, sono anche riprese le esecuzioni negli Stati Uniti e, in ben 35 Stati, è stata tolta la vita a più di 1200 detenuti, oltre la metà dei quali in soli tre stati, Texas, Virginia e Oklahoma, sotto la giurisdizione federale. Nonostante, oggi, il numero dei Paesi abolizionisti abbia superato quello dei mantenitori, che sono 58, molte delle autorità degli Stati Uniti sembrano non volerne sapere di mettere fine a questa punizione crudele e disumana.

Nonostante molti pensino che la giustizia statunitense sia la "migliore" al mondo e la più efficace per punire i delitti più gravi, in realtà, non è così efficiente come appare: gli studi effettuati hanno dimostrato che il colore della pelle ha un peso rilevante nel determinare chi viene condannato a morte negli Usa. I processi per l'uccisione di un bianco, infatti, si chiudono con la pena capitale più spesso rispetto a quando la vittima era un nero, e molto spesso vengono "incastrati" neri innocenti, estranei ai crimini e messi a morte, al posto dei veri colpevoli, che, il più delle volte, sono bianchi. I casi sono innumerevoli, come quello di Troy Davis, afroamericano, sul braccio della morte da quasi vent'anni a causa dell'omicidio, per cui si è sempre dichiarato innocente, dell'agente di polizia Mark MacPhail, bianco, e il cui processo si è basato interamente su deposizioni fatte a seguito di pressioni da parte della polizia, le quali presentavano notevoli incongruenze, senza considerare il fatto che non esiste un corpo del reato che colleghi Davis al crimine e l'arma usata per il delitto non è mai stata ritrovata. Simile a questo, il caso di Reggie Clemons, ragazzo afroamericano di 19 anni, condannato a morte nello stato del Missouri e accusato, nonostante l'assenza di prove a suo carico e la sua innocenza dichiarata da sempre, di complicità nell'omicidio di due ragazze bianche, Julie e Robin Kerry, decedute dopo essere state spinte da un ponte sul fiume Mississippi.


«Continuare a eseguire condanne a morte è indifendibile, soprattutto sapendo che imputati innocenti sono stati condannati alla pena capitale. Gli Usa devono aggregarsi alla maggioranza abolizionista del mondo» - così sostiene Widney Brown di Amnesty International.


La pena di morte non dovrebbe avere posto in nessun sistema giudiziario di nessun Paese del mondo. Non esistono prove, infatti, che dimostrino che essa sia più efficace di altre per ridurre i crimini peggiori. E' anche vero che ormai la giustizia, in moltissimi ordinamenti, ha perso il suo valore e, solo in casi rari, si realizza realmente, ed esempio chiaro ne è il sistema giudiziario italiano. Tuttavia, punire togliendo la vita è tanto sbagliato quanto compiere un delitto, è un'azione di odio che non può generare altro che ulteriori azioni di odio, in un circolo vizioso senza fine, come sosteneva anche Cesare Beccaria nel lontano Settecento, «La pena di morte, rendendo meno sacro e intoccabile il valore della vita, incoraggerebbe, più che inibire, gli istinti omicidi».

Caterina Dazzo

 

Fonte foto: AP/PA Photo da www.amnesty.it; fonte logo di Amnesty International: www.topnews.in