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Africa-Italia: Migranti in viaggio, sogni, aspettative, disillusioni

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L'immigrazione è uno degli argomenti più discussi da ogni telegiornale, quotidiano o salotto televisivo;l'opinione pubblica si è sempre divisa tra "tolleranti" e "non" e ormai l'argomento è spunto di discussione tra gli esponenti politici. Da mesi alcuni territori siciliani, peraltro turistici, come Lampedusa sono letteralmente assediati da flussi migratori superiori alla normale periodicità del fenomeno. Donne, bambini, uomini che decidono di attraversare il pericoloso stretto di Sicilia, in fatiscenti barconi, sperando di approdare in spiagge e lidi più accoglienti, convinti di poter cambiare il corso della propria storia o, finanche, vita.

I cittadini di Lampedusa, ma finanche della Sicilia tutta, da tempo immemore accogono i migranti stranieri, dividendo con loro quel "poco o pochissimo" che posseggono. Così, anche negli ultimi mesi, i lampedusani hanno aperto le loro vite, le porte di casa, il proprio cuore ad ogni "anima sola" che spaurita è scesa da quei fatiscenti barconi, spesso solo bare galleggianti a tempo.
Le speranze di questi "uomini senza nome" sono però presto infrante; rinchiusi in lagher e contati come bestie da catalogare, impossibilitati a spostarsi all'interno del paese, rimangono "stipati" nei nostri territori che subiscono così un aumento demografico e multietnico superiore a quelle che sono le attuali possibilità.

Dal governo arrivano diverse proposte di gestione del fenomeno migratorio, ma nulla di realmente concreto e definitivo e mentre i "governanti" discutono sul da farsi, i cittadini subiscono dei flussi di extracomunitari impossibili o quasi da controllare. Voci mute, o quasi, che portano in breve buona parte di questi poveri fuggitivi a scegliere la via più facile per sopravvivere unendosi con la malavita locale.

Ci si chiede se il nostro paese sia davvero pronto a gestire un flusso migratorio di tale entità, e di conseguenza ad assorbire una multietnicità coatta, se pur già collaudata in paesi quali gli Stati Uniti ed lnghilterra.

Ascoltiamo la voce di "un senza nome" che, convenzionalmente, chiameremo Hassan, al fine di conoscere le esperienze e la vita di un immigrato:

Hassan, ci racconti come sei arrivato in Italia e cosa ti ha spinto ad affrontare un tale epico viaggio?
«Sono in Italia da 5 anni, arrivo da Tripoli in Libia. Scappo dalla guerra insieme alla mia famiglia. Sono nato in Ghana, ma per esigenze di lavoro mi ero spostato in Libia, lì si stava molto bene e c'era tanto lavoro. Sai in Africa c'è la convinzione, per quello che si vede in Tv e per quello che ci racconta chi è già andato via, che l'Europa sia un po' il "paese dei baolcchi", dove poter trovare in piena sicurezza lavoro e serenità economica. Certo nessuno racconta le intolleranze razziali e il fatto che soprattutto in Italia la maggior parte del lavoro c'è ma è in nero. Sono arrivato con un barcone fatiscente 5 anni fa e siamo approdati a Lampedusa, da lì, dopo averci preso le generalità, sono riuscito ad arrivare a Palermo dove c'era già un mio caro amico, dal quale sono andato ad abitare.

Attualmente lavori?
«Lavoro come collaboratore domestico presso una famiglia, loro mi vogliono molto bene e con loro sono felice, sono molto fortunato ad averli trovati.

Hai mai subito atti di razzismo?
«Il razzismo non è solo quando qualcuno ti dice cose brutte o quando ti prendono a botte, la gente per strada mi guarda è diffidente. Capita spesso che i poliziotti mi fermano anche solo per chiedermi i documenti ed il permesso di soggiorno, non capita che chiedono i documenti ai miei amici "bianchi". Fortunatamente a parte qualche caso non significativo, nulla di troppo brutto, almeno nel meridione d'Italia.

Ascoltata la voce di Hassan ci auguriamo che ognuno di noi possa dare un nome ai "senza nome" , perdonate il cercato gioco di parole, e possa con loro condividere la propria vita sociale in un paese multietnico come altri paesi Europei.

Fonte foto:repubblica.it

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/tenerife-immigrati/ap86174523107101613_big.jpg

Marianna La Monica