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"Incubo" di una notte di mezza estate

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Viaggio nella sanità Acese a ferragosto
Acireale 15 Agosto ore 21:37 «118? Vi prego fate presto, correte, mia mamma non da più segni di vita ed ha la febbre molto alta». Queste le parole febbricitanti della sig.ra E.M., che per indubbie ragioni di sicurezza preferisce tenere l’anonimato sulla sua identità, durante la telefonata al 118 nella quale richiede soccorso urgente per la madre in fin di vita. L’operatore, però, dopo aver ascoltato le parole della donna, comprensibilmente terrorizzata dalla paura, risponde flemmatico:  «Signora ma noi per una semplice febbre alta non possiamo di certo venire ad effettuare il servizio, deve chiamare prima la guardia medica e comunque non le consiglio di recarsi al pronto soccorso, nessuno le darà alcun conto poiché siamo a ferragosto». La sig.ra E.M., a questo punto, inizia ad urlare chiedendo le generalità dell'operatore, che incalzato dalla donna comincia a prestare qualche segnale d’altruismo. La donna insiste ancora: «Ascolti la supplico, mi ascolti, mia madre oltre ad essere cieca con accompagnatore, cardiopatica, dializzata da 10 anni, da poco amputata per cancrena ad un arto inferiore a causa di una gravissima forma di diabete, recentemente, a causa dell’immobilità, ha pure maturato una voluminosa piaga da decubito che le ha procurato un ampio foro nelle carni probabilmente infette e perciò possibile motivo della febbre tanto alta».

L’operatore del 118, a questo punto, per tutta risposta o forse per totale negligenza professionale, interrompe bruscamente la comunicazione, lasciando la donna appesa ad un’unica speranza; chiedere aiuto alle forze dell’ordine. E.M., presa dallo sconforto e preda d’ambasce chiama, infatti, intorno alle 21:38 il 112 ed avvisa i “Fedeli nei secoli” del fatto accadutole. I carabinieri allertati dalla donna provvedono in tal senso e fanno giungere, in breve tempo, all’indirizzo della malcapitata l’ambulanza richiesta. Sembrava essersi risolta la situazione, ma E.M., adesso insieme alla madre agonizzante e nel cuore della notte, e che notte – è il 15 agosto – si ritrova ben presto “accolta”, ingentiliamo con un fantasioso eufemismo, nell’ospedale più vicino, l’unico, della città rinomata per festeggiare “il più bel carnevale di Sicilia”.

La sala d’aspetto del presidio ospedaliero si presenta ad un primo sguardo deserta, il che fa ben sperare la giovane donna che l’assistenza alla madre sarà ottemperata lestamente. L’occhio della donna, però, non è stato ingannato dalla stanchezza o dalla nottata fin troppo movimentata, poiché, al contrario di quanto le era apparso in prima istanza, all’interno del reparto di medicina d’urgenza – liberamente aperto a tutti senza controllo d’alcun tipo - è tutto un pullulare di gente, parenti, affini, ammalati, che offre “alla portoghese” la propria opera d’intralcio di medici,  paramedici ed ausiliari.

A dire il vero sanitari, infermieri e quant’altro non sembrano essere poi così tanti, soprattutto guardando la quantità di afflitti che soggiornano in attesa di cure nell’astanteria. Donne nei reparti degli uomini e viceversa, sembrano tutti storditi non tanto dal caos ma dall’assoluta inoperosità delle attività di pronto soccorso, che appaiono quasi sterili e senza alcun senso logico o d’umana comprensione. Qualcuno sembra agitarsi, manifestando i primi segni di cedimento psicologico, e comincia ad urlare: «E’ incredibile, sono qui da stamani e ancora, nonostante siano quasi le 23, nessuno ha provveduto a riporre nemmeno la carta igienica nei bagni, ma dove siamo nel terzo mondo? Siamo esseri umani e non bestiame da macello». Una delle infermiere, o ausiliarie poco importa, certamente assai infastidita dal vociare - a suo dire - troppo insistente, mal si volta contro il parente “disobbediente” all’omertà comune a tutti gli astanti: « Guardi che la carta igienica in ospedale non la passano, quindi è pregato di non disturbare ancora ».

Ecco che ad un certo punto si aggiunge il dramma nel dramma.

Una bambina di 13 anni che si trova in osservazione con una flebo al braccio, Dio solo sa da quanto tempo, in attesa di un responso clinico, comincia ad accusare un malessere insolito, svenendo ripetutamente ad intervalli di tempo quasi prevedibili, denunciando alla nonna, seduta lì di fianco ad assisterla, un progressiva perdita del campo visivo. I parenti della bambina appellano l'infermiera chiedendo spiegazioni, ma interviene il medico di turno confermando che, se pur l'assistita necessita di tac urgente, al momento non è possibile eseguire l’esame, poiché il tecnico preposto è irreperibile causa festività, quindi o si attende l’indomani mattina o si opera, da parte dei parenti, il trasporto presso altra struttura sanitaria.

I genitori decidono, ovviamente, per il trasferimento immediato, senza però avere alcun tipo di assistenza da parte di nessuno degli astanti medici od operatori sanitari. I malati da assistere sono davvero tanti, certamente troppi, ma nonostante tutto c’è chi, se pur appartenente all’organico ospedaliero, riesce a ricavarsi finanche un pò di tempo per oziare e fumare “una bella sigaretta” – questa l’espressione usata dell’operatore indefesso – mentre dentro al pronto soccorso c’è un vero inferno ancora tutto da governare. Catturiamo alcune informazioni utili da un impiegato, che ovviamente ritiene di non volersi esporre, e ci racconta che la situazione sembra indubbiamente al crollo anche in altre strutture ospedaliere dell’hinterland etneo.

Portantini, che se pur per disposizione di servizio interno, costretti a sopperire l’assenza ingiustificata degli autisti d’ambulanza, infermieri professionali impegnati in media in un rapporto professionale 1/25, cioè un infermiere ogni 25 malati, ausiliari impiegati in una struttura sanitaria ma poi costretti a viaggiare, durante la giornata, verso altri siti ospedalieri per compensare le gravi insufficienze d’organico. Insomma una situazione davvero al collasso. Crediamo, quindi, che la testimonianza della sig.ra E.M. sia davvero emblematica della gravissima situazione in cui versano alcuni nosocomi della provincia di Catania, un po’ per la negligenza degli stessi operatori poco avvezzi a lavoro, soprattutto in giornate particolari come “l’ultrafestivo” ferragosto, e certamente per la mancanza di personale, sanitario e non, a 360°.

Marco Lombardo