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5 Agosto 2010: ricordando Hiroshima

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5 Agosto 1945, h 8.15 a.m.: le onde sonore di un boato assordante si propagano su Hiroshima; I responsabili di questo apocalittico gesto sono gli STATI UNITI.

E' stata appena sganciata la bomba nucleare. L'ordigno atomico più forte di tutti i tempi fu scagliato nella direzione del bersaglio più sereno che si potesse osservare dal cielo. A Kokura, infatti, così come a Nagasaki, entrambe possibili obiettivi per il lancio, il cielo appare totalmente coperto da nuvoloni neri..tanto da ostacolare troppo la missione. Non c'è più dubbio, tocca alla città dal "soffitto" più limpido: Hiroshima.
I piloti americani hanno quarantacinque secondi a disposizione per regolare perfettamente l'azione e poi fuggire più velocemente possibile, più lontano possibile, più "orgogliosamente" possibile.
L'operazione ha inizio. In un baleno l'ordigno, senza alcun ripensamento, viene sganciato da un pesante B.52, che fa parte dei mitici aeromobili americani denominati "fortezze volanti". E' la fine più atroce per 70.000 giapponesi: uomini, donne e bambini. Tutti uccisi, indifferentemente, in soli tre giorni. E' il caos, sembra davvero che sia arrivata la fine del mondo: gli edifici vengono disintegrati, i fiumi straripano su quel che resta delle città e soprattutto...all'orizzonte c'è qualcosa di strano, di mai visto: un enorme fungo atomico alto 17000 metri: lui sarà e rimarrà per sempre la mesta icona di questa cercata catastrofe, scelta e voluta proprio al fine di ottenere il male peggiore.
Si conoscevano gli effetti che avrebbe prodotto lo scoppio di questo ordigno: le bombe sganciate in Giappone rappresentavano, infatti, la seconda e la terza detonazione su scala mondiale di un congegno atomico di tale portata, ma in realtà più forte e più chiara era la voglia di chiudere definitivamente una guerra, già lunga e troppo sanguinosa. Questa è la giustificazione che viene data all'opinione pubblica da oltre 50 anni: gli Stati Uniti volevano, cioè, porre fine al secondo conflitto mondiale più velocemente possibile, eliminando la potenza giapponese dal "gioco" bellico.
In realtà, e c'è sempre una verità dietro ogni bagno di sangue, gli Stati Uniti avevano migliaia di altri ordigni a disposizione, tali da provocare ugualmente la resa incondizionata del Giappone, capaci si, di regolare la questione, ma anche in grado di evitare di uccidere migliaia di persone innocenti. Perché decisero di sganciare proprio l'arma più nociva a disposizione? C'è una fonte, direttamente collegata al presidente Truman allora in carica, che racconta della sua curiosità, definita per certi versi "esaltata", di "provare" la bomba atomica al fine di capire gli effetti di questo mostro. Nemmeno gli scienziati che gravitavano attorno al premier americano erano tanto convinti di voler raggiungere questo obiettivo. Sembra però che la sua decisione ebbe la meglio, i piani furono perfetti: organizzò semplicemente tre velivoli per far soccombere in tre giorni 70000 uomini ed in tre mesi 350.000 persone. Il primo sondava le condizioni meteorologiche, il secondo e il terzo "si aiutavano" nello stacco di "Little Boy".
Lo scoppiò avvenne a 580 metri dal suolo, provocando un fungo atomico altissimo e radiazioni che avrebbero avuto sugli abitanti di quelle terre ripercussioni per decenni. I radar giapponesi in tutto questo dov'erano? Avevano fatto il loro lavoro, ma questo venne del tutto sottovalutato quando si venne a conoscenza del numero dei velivoli, 3 per l'appunto, che avrebbero attaccato Hiroshima. In effetti cosa avrebbero mai potuto provocare tre piccoli, insignificanti aerei. I Giapponesi non immaginavano cosa sarebbe accaduto da lì a breve.
I collegamenti telefonici furono i primi a saltare: Hiroshima cadde in un silenzio assordante. Non si poté più comunicare, né si riusciva a dare l'allarme agli altri centri militari. Nel resto del Giappone non intuì immediatamente la portata della catastrofe, solo quando da Tokio venne inviato un aereo in perlustrazione, ci si rese conto che non poteva esser fatta neanche una stima di danni, non c'era nulla da salvare era tutto perduto.
L'aereo in volo vide già da lontano una nube di fumo. Avvicinandosi al luogo del disastro registrò una enorme cicatrice che percorreva il territorio di Hiroshima. Finalmente era il momento di dare l'allarme, finalmente i soccorsi furono avvertiti. Era, però, già tutto inutile, troppi morti, troppe radiazioni.
Non era ancora finita, sarebbe piovuta un'altra catastrofe nel cielo di Nagasaki nel giro di due giorni.
Queste le parole di Truman pochi giorni dopo l'attacco: «Se non accettano adesso le nostre condizioni, si possono aspettare una pioggia di distruzione dall'alto, come mai se ne sono viste su questa terra».
Siamo sottomessi, assoggettati e soggiogati dai grandi. Il problema non è la bomba o il progresso atomico, la preoccupazione sta nell'aver conosciuto le menti di chi le vuole utilizzare e nell'impossibilità di evitare queste macabre volontà.

Giada Raissa Passanisi