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Il ruolo del volontariato

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Randagi

Chi è il volontario animalista

 È una persona il cui telefono squilla di continuo e agli orari più improbabili, che va sempre di fretta dividendosi tra poppate, salvataggi e pappe per i randagi, uno che non sa mai se è Natale o Ferragosto perché le emergenze non seguono il calendario. Spesso additato come "pazzo" o "fanatico", accusato di occuparsi più degli animali che dei bambini del terzo mondo, osteggiato perché ritenuto responsabile degli assembramenti di animali ai quali offre un po' di cibo. Il volontario è colui che sceglie di sacrificare la propria vita ad una causa ben sapendo che non dovrà mai aspettarsi un grazie, ma per il quale la più grossa ricompensa è l'allegro scodinzolare di un cane a cui ha salvato la vita. Ed è colui che a volte mette davvero a rischio la propria incolumità, come quando si ferma a recuperare un cane abbandonato in autostrada, o rinviene una cucciolata di randagi protetta dal suo branco, o ancora quando si trova a fronteggiare l'ostilità umana che spesso sfocia in vere e proprie aggressioni fino a culminare nell'assurdo e paradossale episodio delle due guardie zoofile volontarie uccise a Genova qualche settimana fa.

 

Di fatto i volontari sono una grande risorsa: sono coloro che conoscono il problema dall'interno perché agiscono in prima linea, hanno una conoscenza capillare del territorio ed anche dei comportamenti tipici del cane, ed una sensibilità che consente loro di affrontare il problema non col distacco dei burocrati ma con la consapevolezza che il randagismo non è solo un fastidio da eliminare, ma un problema che coinvolge in egual misura uomini e animali, cioè esseri viventi e senzienti. È indubbio che il volontariato non può e non deve sostituirsi all' Istituzione nei compiti che le sono stati assegnati dal legislatore; ma può e vuole affiancarsi alle Istituzioni per tutelare il benessere dei nostri amici a 4 zampe, siano essi liberi sul territorio o rinchiusi in un canile. Ci saremmo, quindi, aspettati che, nelle varie fasi della stesura del progetto della provincia, le associazioni di volontariato fossero coinvolte come partner e avessero un ruolo attivo nella programmazione degli interventi.

Cosa prevede la legge

La L.R. 15/2000 all'art. 3 comma 3 testualmente recita: "I rifugi sanitari e i rifugi per il ricovero devono consentire, senza bisogno di speciali procedure o autorizzazioni, l'accesso dei responsabili locali delle associazioni protezionistiche o animaliste per il controllo della gestione della struttura." In concreto, le attività che possono essere svolte dai volontari all'interno di un rifugio sono molteplici: prima fra tutte la promozione delle adozioni. Il rifugio, infatti, deve essere concepito come luogo di temporanea accoglienza per non trasformarsi in una discarica di reietti destinata a saturarsi ben presto se il numero degli ingressi supera quello dei cani adottati. I volontari conoscono i cani uno per uno ed assegnano a ciascuno un nome e un'identità, ne verificano le condizioni di salute e i segnali di stress, si accertano che all'interno di uno stesso box non insorgano conflitti o zuffe, abituano i cani al guinzaglio facendoli sgambare, li preparano alla vita in famiglia e diffondono gli appelli per l'adozione. Si occupano, inoltre, dei controlli pre e post affido, scelgono l'animale più idoneo alle esigenze della famiglia richiedente e dispensano consigli su eventuali problematiche che possono insorgere dopo l'adozione. Tutto questo, naturalmente, laddove i gestori dei canili consentano questo genere di attività.

Decreto Presidenziale del 12/01/2007 (Regolamento Esecutivo L.R. 15/2000): fermo restando che il suddetto D.P.R all'Allegato VI lett. B par. 2/c prevede la sterilizzazione e la successiva re immissione sul territorio di prelevamento – e non lo spostamento arbitrario in altre zone - spessissimo sono proprio i volontari a conoscere i branchi e ad individuare al loro interno le femmine da sterilizzare, ed è indubbio altresì che altrettanto spesso sono gli stessi volontari a rinvenire e recuperare le cucciolate. Ma c'è di più. Lo stesso allegato VI al par. C comma 5 prevede che i cani sterilizzati possano trascorrere la settimana di degenza post-operatoria "presso cittadini temporaneamente affidatari".

Tra il dire e il fare...

 Se confrontiamo quanto previsto dalle leggi con la realtà del nostro territorio, ci rendiamo subito conto di quanto sia difficile per i volontari potersi rendere utili, pur offrendo il più delle volte la loro disponibilità a titolo gratuito.

Le linee guida emanate dalla Provincia nell'ambito del Progetto – che, ci dicono, saranno a breve modificate - indicano una serie di procedure farraginose il cui spirito può essere riassunto in una sola frase che riguarda i cani incidentati e che cito testualmente: " Non si darà seguito a nessuna segnalazione inoltrata direttamente da un privato cittadino alle Associazioni (quali?) o a questa Amministrazione, in quanto è necessario che vi sia, prima dell'intervento, l'accertamento dei Vigili Urbani del Comune, i quali hanno l'esclusiva competenza del controllo del territorio."

Il che, tradotto in termini pratici, significa: sono le 22 e io, volontaria animalista, trovo un cane investito. Non so come e dove mi procuro il numero della Polizia Municipale che però non risponde. Provo a chiamare l'ASP, che ha un veterinario reperibile, che però non può intervenire senza la richiesta scritta della P.M. Quindi carico il cane sulla mia macchina e mi reco presso un ambulatorio privato, accollandomi anche tutte le spese mediche e farmacologiche. L'indomani mi reco dai Vigili che però mi rispondono che, non avendo assistito al recupero del cane, non possono verbalizzare che si tratta di un randagio. Quindi, se voglio farlo microchippare devo farlo a nome mio, cosicchè, se ad avvenuta guarigione voglio reimmetterlo sul territorio, il cane risulta mio e io sono passibile di denuncia per abbandono. Se voglio evitare tutto questo non mi resta che rinunciare a soccorrere il cane e lasciarlo agonizzare sulla strada.

È da tenere presente, inoltre, che i volontari e le Associazioni non godono di contributi o sovvenzioni da parte degli enti pubblici, ed hanno pertanto delle risorse estremamente limitate (per non dire che spessissimo gravano sul proprio bilancio personale) e questo impone spesso di dover ridurre drasticamente i casi sui quali intervenire. Inoltre, la totale assenza di strutture pubbliche sul territorio genera in molti casi l'impossibilità ad intervenire, non potendo i volontari accogliere in casa propria centinaia di cani. Ben diverse potrebbero essere le attività qualora ogni comune avesse il proprio rifugio ed offrisse ai cani ospitalità, e ai volontari la possibilità di operare in loro favore. I comuni si giustificano adducendo come motivazione la cronica carenza di fondi, dimenticando, ad esempio, che con la modica spesa di circa 300 Euro per l'acquisto di un lettore di microchip, di cui ogni corpo di Polizia Municipale dovrebbe essere dotata ai sensi dell'Ordinanza del 6/08/2008 atr. 4 c. 3, si potrebbe attuare una concreta prevenzione degli abbandoni (e quindi ridurre il numero dei cani ricoverati in canile e gli oneri conseguenti), e con le sanzioni erogate per la mancata iscrizione all'anagrafe canina si potrebbe costituire un fondo da reimpiegare in attività correlate al randagismo.

Per concludere

Sicuramente il volontariato non è la panacea e non può risolvere tutti i problemi di un territorio come il nostro, dove la cultura animalista è ancora all'anno zero, e dove spesso le soluzioni "fai da te" portano a delle vere e proprie stragi di cani con le polpette avvelenate. L'ultima segnalazione in tal senso è di appena qualche giorno fa a Piedimonte, e noi volontari della Lega non possiamo dimenticare l'orrore a cui abbiamo assistito un anno fa a Pedara, dove diecine di cani sono stati sterminati da una mano crudele e vigliacca. Anche in questo caso, ci siamo ritrovati a svolgere un compito che spettava ad altri: quello di trasferire i corpi di questi poveri animali all'Istituto Zooprofilattico per effettuare la ricerca sui veleni. Lo abbiamo fatto a mani nude e con le nostre macchine. Lo abbiamo fatto perché ci sembrava un atto dovuto verso questi esseri indifesi che l'uomo definisce suoi amici e che invece non esita ad abbandonare, torturare, uccidere. E perché speravamo si potesse risalire agli autori di questo scempio. Ma così non è stato.

A volte ho la sensazione che noi volontari siamo come formiche che si affannano a lavorare senza sosta, senza vedere mai i risultati sperati. Spesso veniamo criticati dalla gente che si aspetta da noi soluzioni miracolistiche che certamente nessuno è in grado di offrire. Ci sentiamo impotenti ma non ci arrendiamo. Anzi, saremo sempre più tenaci e vogliamo agire. Ci auguriamo che ci venga data la possibilità di aiutare i nostri amici a 4 zampe senza restare impigliati nelle maglie della burocrazia, nella convinzione che solo una sinergia tra le diverse figure che operano nello stesso contesto possa portare ad una risoluzione del problema in tempi ragionevoli.

LNDC Sezione di Catania e provincia

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